Nell'antica Grecia, vi era un concetto la "hybris", che sta ad indicare un eccesso di fiducia dei propri mezzi, che si traduce in tracotanza e che porta l'uomo a ribellarsi contro il cosmo e l'ordine costituito.Conseguenza di tale condotta è la punizione da parte degli dei. Detto concetto ben si attaglia alla storia di Higuain. Infatti, nonostante nelle vicende calcistiche non vi sia nulla di divino o di sacro, ricostruendo il percorso del Pipita, si può ben comprendere come la prima mossa che ha portato agli eventi recenti sia stata compiuta dal fortissimo centravanti. Facciamo un passo indietro e torniamo al 14 maggio 2016. Higuain realizza una tripletta al San Paolo e diventa, con 36 gol, il marcatore più prolifico di sempre in un singolo campionato di Serie A. Quell'anno il Napoli non vince nulla, per colpa della Juve cannibale, tuttavia gioca benissimo e il Pipita incanta. C'è il comandante Sarri e c'è una curva che canta, che un giorno all'improvviso si innamorò della squadra partenopea, guidata dal suo centravanti. Al di là dei trofei, da tifoso juventino, riconosco che quella scena esercita un fascino grandioso, non si tratta di solo calcio, ma di qualcosa che è vicino alla poesia. Ed è proprio in quel momento che il Pipita, l'eroe di una città, che la difende probabilmente pensa di essere troppo forte per quella piazza, così calda e affettuosa, ma altrettanto sfortunata. Allora decide di andare via, di andare alla Juventus, vincitrice, incontrastata da anni (in ambito nazionale). Ed è proprio in quel momento che il destino di Higuain cambia. Diventa il centravanti della Juve,  non  più l'eroe di una città,  solo una delle tante stelle su cui il club degli Agnelli può contare. L'allenatore lo rispetta, come rispetta gli altri giocatori, i compagni gliela passano, segna ma nulla è più come prima. Naturalmente, comincia a vincere, tuttavia non è più l'eroe ma solo un ottimo tenore in un coro straordinario. Così succede che anche lui tocca andare in panchina, riposarsi, stare fuori se c'è qualcuno più forte di lui.  Ma nonostante questo, non può considerarsi una punizione divina, alla fine vince, lascia il segno (come dimenticare la partita contro il Tottenham) e si diverte. Tuttavia, la Juventus non riesce a vincere la Champions, allora Gonzalo viene messo alla porta senza tanti complimenti, ma fuori da Vinovo, la strada è deserta non c'è nessuno ad attenderlo. Il suo padre calcistico Maurizio Sarri ci ha provato, ma Abramovic non ne ha voluto sapere, allora si accasa al Milan. Dalle parti di Milanello ci sono numerose Champions in bacheca, ma a quel torneo non si partecipa più da un bel po' di tempo.  Non è neanche chiaro se questo acquisto sia stato frutto dell'interesse per il centravanti o della smania di liberarsi di Bonucci. Ed è proprio in questo momento che gli dei puniscono la tracotanza dell'attaccante argentino. Questi non si integra mai nella squadra, segna poco, viene ripreso pubblicamente dai dirigenti e viene messo in dubbio che possa essere riscattato. Ed è questa l'umiliazione maggiore subita dal fuoriclasse argentino, essere stato il più grande bomber di sempre in una sola stagione di Serie A, ed essere trattato da reietto. Cacciato da Torino, cacciato da Milano (in lotta per il quarto posto), chissà quanta nostalgia avrà provato per la città che difendeva cantando, sotto la Curva B. Il resto è storia troppo recente e ancora, in parte da farsi. Ad ogni modo, risulta lampante come il Pipita abbia pagato per avere abbandonato Napoli. Si era ritenuto troppo forte, troppo superiore alla piazza, senza considerare che lui era quello che era anche grazie a quella stessa piazza, che lo amava e lo venerava. L'unica cosa che resta da vedere è se Sarri, deus ex machina, riuscirà a renderlo di nuovo un eroe...