Quante altre volte vedremo Rio Ferdinand – che smessi i panni di calciatore ha iniziato a fare il commentatore in tv – sobbalzare dalla sua postazione ed abbracciare festosamente il suo collega telecronista in occasione di un gol decisivo al 94° minuto? Ma come siamo arrivati fin qui? Il caos che è andato in scena da Anfield ad Amsterdam questa settimana non dovrebbe, forse, essere stato uno shock. Scene simili da fuori di testa, frenesia sfrenata, rimonte impossibili, le abbiamo già viste la scorsa stagione dopo Real Madrid - Juventus (rimonta sfiorata per i campioni d’Italia), Roma - Barcellona e Roma - Liverpool (i giallorossi prima rimontarono 3 gol al Barcellona nei quarti, e sfiorarono l’impresa col Liverpool in semifinale per un complessivo 7-6 finale a favore degli inglesi).
Nel 2016/17, una battaglia a suon di gol vi fu tra Monaco e Manchester City, i monegaschi ribaltarono la sconfitta per 5-3 nella partita di andata; ma ancora nella stessa stagione vi fu la “madre” di tutte le rimonte: Barcelona - PSG 6-1. I catalani riuscirono addirittura a recuperare un 4-0 a sfavore. Quindi riguardando gli almanacchi calcistici degli ultimi anni, si nota che ultimamente questo tipo di rimonte, che una volta sarebbero state semplicemente impossibili, capitano più spesso di quello che le statistiche ci indichino. Ancora una volta mi chiedo… come siamo arrivati a questo punto?

Siamo giunti in un'epoca in cui il gioco d’attacco viene privilegiato rispetto a quello difensivo, o catenacciaro come direbbero i nostalgici di un calcio che non esiste più.
È un vero peccato che Zeman, la cui filosofia era quella di fare un gol in più dell’avversario, sia oramai in pensione. Il credo di oggi, la filosofia calcistica attuale è attaccare, attaccare e ancora attaccare. Chi non si adegua a questi dogmi per forza di cose rimane indietro e viene tagliato fuori. Questo è uno dei motivi per cui le squadre Italiane fanno ben poca strada nelle coppe europee e non riescono ad avere la meglio anche contro squadre estere di secondo piano. Ancora non abbiamo accettato ed assimilato questa nuova filosofia.

Forse colui che sto per nominare storcerebbe il naso a leggere le mie prossime parole, ma sono convinto che ci troviamo saldamente nell'era post-Mourinho. Infatti la Champions League 2003/04, vinta dal Porto, ha spinto il portoghese a livello top degli allenatori e con egli anche la sua filosofia ed il suo stile di gioco. Le edizioni successive della massima competizione continentale infatti hanno segnato una tendenza al quanto mirata: primo non prenderle. Questo lo si nota dalle medie gol a partita negli scontri a eliminazione diretta. La paura di subire domina quella di provare a fare un gol. Io non credo che sia una coincidenza che man mano che Mou ha iniziato a perdere colpi, ed è uscito fuori dal radar dei migliori, le medie dei gol a partita siano aumentate.
Le ultime tre stagioni sono le più prolifiche nella storia del torneo, e la media gol nelle partite a eliminazione diretta è di oltre 3. Una cosa impensabile se paragonata a qualche anno fa, dove gli 0-0 erano all’ordine del giorno, soprattutto nelle partite di andata, e spesso alla fine le sorti venivano decise dai calci di rigore.

Con la recente scomparsa di Mourinho, dal triplete dell’Inter nel 2010 al ritorno al Chelsea del 2015 fino alla recente agonia all’ombra dell'Old Trafford, lo scenario del panorama calcistico è notevolmente mutato. Adesso il gioco offensivo domina in tutto il continente. I “pragmatici” - preferisco chiamarli così per non sminuire il ricordo di allenatori come Helenio Herrera e Nereo Rocco, gli esponenti di maggior successo del cosiddetto catenaccio - non sono ancora del tutto estinti, ma credo ci voglia qualcosa di rivoluzionario per invertire la tendenza attuale di attaccanti aggressivi e contrattacchi veloci molto graditi alle platee di tifosi, che risvegliano la passione e soprattutto incoraggiano gli sponsor a elargire contratti milionari. Un facile esempio è dato dalla semifinale di Europa League dove a ben vedere la vera differenza l’hanno fatta gli attaccanti Aubameyang e Lacazette, schierati insieme, uno di fianco all’altro, in un modulo che oltre ad esaltarne le caratteristiche preveda che giochino contemporaneamente. Ogni riferimento agli allenatori nostrani, oramai sempre più ostili a schierare due vere punte di ruolo, è puramente voluto.

Bisogna rivedere i concetti, il 3-0 è ora il punteggio più pericoloso nel calcio. Prima in situazioni simili si aveva la qualificazione al turno successivo in tasca, ma ora non è più così. Tra l'eroismo – di chi ci crede e vuole entrare nella “storia” – e la “paura” dei protagonisti delle semifinali di questa settimana si potrebbe aprire uno studio psicologico legato al calcio. Mettendo da parte l'esagerato ottimismo degli appassionati più sfegatati dei Reds prima della gara di ritorno contro il Barcellona di martedì, per non parlare dell'incredibile atmosfera di Anfield quando è stato segnato il quarto gol, c'è una strana paura psicologica paralizzante che sembra affliggere squadre che devono proteggere un tranquillizzante vantaggio dell'andata non appena concedono un barlume di speranza nell'inizio del secondo round. Credo che inizino ad innescarsi strani meccanismi psicologici, che quasi ti frenano. Così finisci per snaturarti ed anziché fare quello che sai fare bene, tenti cose improbabili che ti disorientano e alla fine la rimonta è inevitabile. Quando pensi di difendere il vantaggio accumulato in precedenza e scendi in campo con questa idea, allora hai già perso. Ho tre gol a mio favore, perché scoprirmi, meglio rimanere indietro e non prendere rischi. Vedendo l’andamento del calcio attuale non c’è niente di più sbagliato. Come si è visto già dopo il primo gol fatto l’Anfield ha iniziato a ribollire e si è creata un’atmosfera unica. Piuttosto che giocare il proprio gioco, il Barcellona si è dissolto in uno stato di auto-interrogatorio visibile e allarmante, il tipo di panico che raramente si vede in una squadra a questi livelli. Che faccio? Che tattica utilizzo? Mentre tu pensi, l’avversario ha già battuto l’angolo e ti ha segnato il quarto gol.

Faccio un rapido riepilogo degli scontri diretti nella fase finale della Champions degli ultimi 3 anni per far vedere che sono diversi i casi in cui una squadra riesce a recuperare 2 o più gol di svantaggio nella partita di ritorno. Manchester City – Monaco, stagione 2016/17, andata 5-3 per gli inglesi, ritorno 3-1 per i francesi che così passano il turno. PSG – Barcellona, stagione 2016/17, andata 4-0 per i parigini, ritorno 6-1 per i catalani che così passano il turno. Barcellona – Roma, stagione 2017/18, andata 4-1 per gli spagnoli, ritorno 3-0 per gli italiani che così passano il turno. Atletico Madrid – Juventus, stagione 2018/19, andata 2-0 per gli spagnoli, ritorno 3-0 per la squadra di Ronaldo che così passa il turno. Manchester United – PSG, stagione 2018/19, andata vittoria per 2-0 fuori casa per i francesi, ritorno 3-1 per i Red Devils che così passano il turno. Barcelona – Liverpool, stagione 2018/19, andata 3-0 per gli spagnoli, ritorno 4-0 per la squadra di Klopp che così passa il turno. Tottenham – Ajax, stagione 2018/19, all’andata vittoria fuori casa per gli olandesi 1-0, nel ritorno invece hanno la meglio gli Spurs per 3-2. I giochi potevano sembrare chiusi dopo i primi 90 minuti, ma improvvisamente riuscire a mantenere un risultato di 3-0 a favore diventa più difficile che ribaltarlo. I favoriti vengono consumati dalla loro stessa inerzia. Questo genera una vera confusione, nonostante piaccia molto al pubblico.

Pensando a quando si chiamava Coppa dei Campioni le cose sono notevolmente cambiate. Affascinanti viaggi nell’Europa dell’Est, striscioni turchi che ti danno il benvenuto all'inferno, la polizia in tenuta antisommossa nel tunnel che ti scorta in campo, hotel a due stelle, campi pieni di buche che sono trappole mortali per legamenti e articolazioni, estenuanti viaggi di 12 ore in aereo, treno e autobus: tutte reliquie di un passato calcistico che non c’è più.
La Champions League semplicemente non è più un viaggio verso l'ignoto, le squadre che si qualificano sono sempre più o meno le stesse, le piccole sono piccole e non creano problemi per il passaggio del turno, tutti gli stadi sono sostanzialmente gli stessi con elevati standard di sicurezza, i terreni di gioco sono oramai tutti accettabili e un jet privato può riportarti in sicurezza a casa prima che vengano stampati i titoli dei giornali del mattino. In sintesi, il calcio – nel bene o nel male – è stato livellato sia sul piano geografico che culturale. Ciò inevitabilmente favorisce coloro che sono dotati della variabile più duratura - il denaro - ma quando le big più ricche si scontrano tra di loro il fattore casa o trasferta si annulla. Dopo tutto, è così spaventoso e scoraggiante per il Tottenham entrare nella Johan Cruyff Arena?

Questa è stata una settimana incredibile per gli appassionati di calcio. È iniziata col gol di Kompany da 30 metri mentre Pep Guardiola gli diceva di passare, il tiro è valso 3 punti fondamentali per la vittoria della Premier, è proseguita con la rimonta del Liverpool piena di seconde linee, per non parlare dei disperati giocatori dell’Ajax distesi sul proprio campo, finalisti mancati a pochissimi secondi dal fischio finale. Infine quattro squadre inglesi che si contenderanno le due coppe europee.
Tutto questo ha dell’incredibile. Ma c'è un fattore calcistico secolare che ha svolto il suo ruolo fondamenta: pura e cieca fortuna. I colpi di scena arrivano in vari gradi di ovvietà: Hakim Ziyech ha colpito il palo al 78° minuto dando un immediato sospiro di sollievo agli Spurs; Ousmane Dembele al Camp Nou ha mancato il colpo del 4-0 a tu per tu con Allison; il Barcellona si distrae sull’angolo che consente a Origi di infilare il quarto e decisivo gol. Ma si potrebbe anche pensare al problema muscolare di Roberton che ha costretto Klopp al cambio in favore di Georginio Wijnaldum autore di una doppietta. La differenza per il passaggio del turno l’ha fatta l’infortunio di Firminio, poiché Origi ha preso il suo posto. La tripletta di Lucasa Moura? Merito dei legamenti della caviglia di Harry Kane.

Forse Mourinho è rinchiuso nel suo lussuoso seminterrato di Kensington a scarabocchiare il manuale calcistico Jose v2.0, pronto ancora una volta a far strappare i capelli per la frustrazione degli avversari e per far ricredere i suoi detrattori.
Ma fino ad allora, godiamoci lo spettacolo e le emozioni di tre gol a partita in Champions League.