Giovanni Galli è stato un ex calciatore di calcio, nato a Pisa il 29 Aprile del 1958.  
Di ruolo faceva il portiere per il grande Milan di Arrigo Sacchi e per l’indimenticabile Nazionale di Enzo Bearzot.
Giovanni Galli è stato un atleta vincente con un palmares ricco che va dalla Coppa Campioni, agli scudetti con il Milan, fino alla Coppa del Mondo con la Nazionale Italiana. Un vincente per definizione. Nello specifico in bacheca una coppa del mondo, 2 coppe dei campioni, uno scudetto, due supercoppe italiane e due coppe intercontinentali.
Il prototipo del portiere moderno, per un’altezza di 1,87 centimetri, per milioni di appassionati al gioco del calcio; tutti quelli nati sotto il segno delle parate di Dino Zoff e le esultanze gaie di Marco Tardelli.

Per la nostra generazione - quella che va dal ‘70 fino alla fine degli anni ‘80 - quel pallone di cuoio, con le cuciture e la camera d’aria, sempre in bella mostra come una rosa nel deserto, pesava come un macino per h24. Giornate e giornate con amici, parenti e conoscenti, a sognare di diventare un calciatore professionista. Sogna ragazzo mio, oggi, sogna che è meglio così perché sognare non costa nulla alla tua tenera età; senz’altro quelli erano gli anni migliori della vita. A quell’epoca eravamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Un giorno piccoli uomini con i lineamenti femminei che si sarebbero consumati; l’altro adulti e basta. Click. In quei dolci vagheggi diurni e notturni c’era sempre il gioco del calcio di mezzo a riempiere le nostre lunghe giornate. Non avevamo il tempo necessario o più banalmente non avevamo voglia di pensare ad altro di più soddisfacente del gioco del pallone. Il calcio era tutta la nostra vita o buona parte d’essa.

Nei primi anni ’90 in periferia spuntavano, come funghi, i primi campetti artificiali a pagamento, ma noi avevamo già fatto le ossa forti in strada grazie al gioco del calcio. Ossa che non si fracassavano al duro contrasto con l’avversario di gioco o al primo contatto con il freddo asfalto di uno tra i tanti parcheggi comunali liberi e a disposizione. Eravamo i figli prediletti del futuro e le stelle cadenti sulla madre terra. L’orgoglio di Mamma e Papà, ma anche tante preoccupazioni per nostri genitori. Noi eravamo il futuro con tutti i nostri sogni da realizzare perché il segreto per rimanere giovani per sempre sta nell’avere una grande passione per il gioco del calcio.  

Eravamo i figli delle stelle - i nostri antenati premurosi e pazienti ci osservavano amorevolmente da lassù (era una dolce illusione?) -  e di quelle sante donne delle nostre mamme che al mercato del paese il mercoledì mattina - alle pezze americane con mille lire al mese - ci compravano una maglietta a tinta unita. Mamma nel primo pomeriggio ho bisogno di una t-shirt pulita perché abbiamo la partita di quartiere - razza contro razza - con Marco, Giovanni e Antonio e Niccolò Galli. In palio c’è un Album delle figurine Panini.

Matteo, oggi, il figlio della parrucchiera non lo chiamate? Mamma, ma quello è un bidone clamoroso e non sappiamo, mai, in quale ruolo farlo giocare. Fa niente, chiamalo lo stesso. L’ho promesso a sua madre. Non sa giocare, né in difesa né in attacco e nemmeno in porta. Fa niente. Ti rendi conto, quello ci fa perdere le partite? Si. Uffa, mamma perché sempre a me?
Le nostre umili e mitiche casacche sulle quali cucire addosso il numero preferito. Il mio era il numero sette. Le mitiche giacchette a tinta unita da sfoggiare durante le partite di quartiere o in quelle organizzate al sabato mattina, prima della lezione noiosa della prof. di matematica, tra i banchi di scuola della seconda I. La radice quadrata di 10? Roberto Baggio. E quella del 9? Marco Van Basten.

Eravamo quelli che... all’imbrunire della giornata, quando si faceva sera poco prima di mettere a tavola la cena, tornavano a casa con le scarpette sporche di fili d’erba bagnati e “n.” accumuli di fango tra i tacchetti consumati dall’attrito con il cemento.
Eravamo croce e delizia per le nostre mamme. Quelle donne forti e d’altri tempi - che per noi avevano sacrificato la loro giovinezza per l’illusione dell’indipendenza dalla propria famiglia di origine - esauste da una giornata, dura, passata tra le faccende domestiche e il lavoro in fabbrica.
Eravamo quelli della gavetta che passavano dalla strada all’Oratorio fino a giocare nella squadra juniores del Comune di appartenenza; Un sogno che finalmente diventava realtà per pochi eletti - i più talentuosi dell’allegra compagnia di strada - quello di tirare calci a un pallone (sacrificando interi pomeriggi da dedicare allo studio) per rappresentare i gloriosi vessilli della città d’origine: “Vogliamo il calcio. Viva il calcio!”.  E tutti gli altri ragazzi di strada? Avrebbero continuato impassibili, senza perdersi d’animo, a sognare il gioco del calcio in qualsiasi posto ove sarebbe stato possibile praticarlo.  

Durante la lunga carriera agonistica -dagli esordi con la Fiorentina nel 1977 fino agli ultimi anni di carriera con la Lucchese nella stagione 1995-96- Giovanni Galli ha vissuto mille emozioni, una più intensa e rilevante dall’altra.
Questo è il gioco del calcio. Una vita di emozioni. Uno sport che ci manterrà sempre giovani nonostante il tempo che passa. Un angolo giocondo della memoria nel quale rifugiarsi per scappare dal presente e per non sentirsi più prigionieri del tempo.
Chi non ha mai giocato a calcio non può capire. Chi non ha mai amato il calcio non può capire.   
Con quelle mani grandi - così adulte da abbracciare precocemente il mondo - Giovanni Galli ha parato tutto quello che c’era da parare durante la sua egregia e lunga carriera agonista. L’ultimo baluardo della difesa alle spalle di dieci uomini e altrettanti avversari agguerriti con il coltello tra i denti. Un uomo solo al comando del proprio destino. I guanti consumati dal pallone in mille battaglie sportive. Una vita passata con l’odore agrodolce della vita stessa nei suoi guanti. Perché il portiere non è un ruolo per tutti. Egli è un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta attende in solitudine, fra i pali, la sua fucilazione.

Essere un portiere, quindi, è un’antica filosofia dei vita: quella che ti porta a parere i colpi, spesso, duri della vita in attesa di una possibile fucilazione dalla vita stessa.
E mentre tutto scorre serenamente tra i piccoli gesti della vita, insomma tutti quelli che ti danno l’illusione di aver conquistato finalmente la felicità….
Quando pensi di aver parato tutto quello che c’era da parare... tanto da decidere di pensare di riporre, finalmente, i guanti di una vita in un cassetto…

 “Ho perso mio padre a 19 anni, non pensavo di dover portare i fiori al cimitero a mio figlio. Se non avessi avuto questa grande fede e la convinzione un giorno di ritrovarlo e rivederlo sarebbe stato difficile. Il dolore non passa mai, ci si può solo convivere".

E proprio allora, in quel preciso istante, che ci sarà un’altra grande sfida da affrontare. Sempre da solo. In solitaria, come abitudine del portiere, confinato in uno spazio rettangolare di 7,32 metri di lunghezza per 2,44 metri di altezza.
L’ultimo baluardo della difesa alle spalle di dieci uomini e altrettanti avversari agguerriti con il coltello tra i denti. Un uomo solo al comando del proprio destino. I guanti consumati dal pallone. Una vita passata con l’odore agrodolce della vita stessa nei suoi guanti.
Perché il portiere non è un ruolo per tutti. Il portiere non è un ruolo per tutti.  
Egli è un solitario. Un pagliaccio di falsi sorrisi. Un uomo condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta attende in solitudine, fra i pali, la sua possibile fucilazione.

"Davanti a mia moglie e alle mie figlie cercavo di non piangere, volevo che loro potessero aggrapparsi a me. Però ne avevo bisogno e lo facevo di nascosto sotto la doccia. È stato un errore: dolore e felicità vanno condivisi. A distanza di tempo porto dentro ancora tante ferite".

Perché il portiere non è un ruolo per tutti... sempre in attesa di una possibile fucilazione.
Sì! Il portiere non è un ruolo per tutti!

 

Arsenico17