Lo hanno chiamato in tutti i modi, hanno cercato di fermarlo in tutti i modi. Ma una macchina da gol come Gerd Müller è inarrestabile, né definibile fino in fondo. La sua è la storia di uno tra i più grandi attaccanti di ogni tempo, che compie fra poco 73 anni vissuti appieno e spesso sofferti.

IL GOL DENTRO DI SE’ La mattina del 3 novembre 1945, la cittadina bavarese di Nördlingen può annoverare un abitante in più. Il bambino Gerhard, che tutti chiamano più comodamente Gerd, dimostra presto di avere un feeling particolare con il pallone. Non ha un carattere semplice, sembra che abbia fin da piccolo una tendenza a complicare le cose facili e talvolta i rapporti con gli altri. Ma quando gioca a calcio, tutto all’improvviso si fa lineare. I contorni sono netti, ogni cosa è orizzontale o verticale e lui ha una predilezione sfacciata per il gol. I tormenti interiori, come per magia passano. Infatti sceglie di fare la cosa che gli riesce meglio, a dispetto di una tecnica da affinare e di una costituzione fisica non proprio atletica. Alle giovanili del Bayern Monaco c’è chi è pronto a giurare che quello lì un giorno diventerà un campione. D’accordo, non sarà uno che da del tu al pallone, non sarà neppure un attaccante dal gesto tecnico eclatante, ma se si va a guardare i tabellini delle partite, in un modo o in un altro segna sempre lui. E fino a prova contraria, si vince con i gol.

SAREBBE QUESTO IL FENOMENO? Quando finalmente se lo vede davanti, Zlatko Čajkovski, tecnico jugoslavo della prima squadra, rimane perplesso. <<Sarebbe questo, il fenomeno?>> E aggiunge una battutina poco lusinghiera, una di quelle stilettate feroci che possono uccidere un calciatore nella culla: <<Troppo grasso per trovare spazio in area di rigore>>. Il vecchio Tschik, come lo chiamano i tedeschi, è un croato minuscolo, ex giocatore del Colonia, che vive e lavora da anni in Germania. Per i giovani talenti ha l’occhio clinico, ma neanche lui è infallibile. Soprattutto, lì per lì non valuta la carica interiore di quel ragazzo e forse non sa che nella squadra di Nördlingen Müller ha all’attivo molti più gol che presenze. Del resto, se quei numeri li può vantare solo il giovane Gerhard, forse un motivo ci sarà. Il ragazzo ha un cognome piuttosto comune, in Germania, ma sotto porta non è uno qualsiasi. Ha quell’istinto che non si compra al mercato e non si impara. All’inizio è uno di quei casi in cui l’allenatore si ferma alle apparenze ed è vittima di pregiudizi. Poi, alla tredicesima giornata Čajkovski si ritrova senza punte e così, più per necessità che per autentico trasporto, fa debuttare il ragazzo a Friburgo. Il dicker, il ciccione, segna subito due reti e il tecnico è costretto a recitare il mea culpa. In area quello è una iena, altro che pancetta e fisico sgraziato. Fosse anche un tipo un po’ più sereno e accomodante fuori dal campo, sarebbe perfetto.

L’UOMO DEI PICCOLI GOL. Da quel momento diventa impossibile togliere la maglia numero 9 al ragazzo, che ripaga a suon di gol, forse non belli ma importantissimi. Tant’è che nella stagione 1964/65 il Bayern Monaco, che non è neppur lontanamente lo squadrone di oggi, viene promosso nella massima divisione tedesca. Va da sé il fatto che i 35 gol di un semisconosciuto ventenne giochino un ruolo fondamentale in quel salto di categoria. Cominciano a fioccare i soprannomi, segno che Müller è diventato un personaggio pubblico: uno su tutti, «Der Mann der Kleine Tor», l'uomo dei piccoli gol. Saranno pure piccoli, ma li fa sempre lui, chissà com'è. Nel 1966-67 se­gna 47 reti tra campionato, coppe e Na­zionale e il Bayern conquista la Coppa delle Coppe. La rivista «Kicker» lo eleg­ge «Calciatore dell'anno». Kicker, non dicker. Calciatore, non ciccione. Fa il bis l'anno dopo, con 31 reti in 30 partite. Tempo al tempo e in Germania viene coniato un neologismo: “müllern”, segnare alla Müller. Visto che è così semplice e che quei gol sono così piccoli, prego accomodarsi: vediamo chi sa fare meglio. In Nazionale, dopo la parziale delusione del Mondiale 1966, il Bundestrainer Helmut Schön convoca anche l’uomo dei piccoli gol e lo fa debuttare il 12 ottobre 1966 in Turchia, ad Ankara. La Germania vince 2-0, ma Müller non segna. Un po’ di pazienza, nemmeno troppa, perché il bomber si consola poco dopo, facendo quaterna secca contro l'Albania. Il Bayern Monaco e la Nazionale della Germania Ovest hanno scoperto un realizzatore eccezionale, uno che non molla mai neppure nel sonno, e sono pronti a conquistare l’Europa e il mondo. Nel 1970 Gerd Müller è il capocannoniere dei Mondiali con 10 realizzazioni e la squadra termina al terzo posto. Il Pallone d’Oro non glielo toglie nessuno. Passano due anni e il 18 giugno 1972 la Nazionale tedesca è campione d'Eu­ropa. A Bruxelles si affrontano in finale Germania Ovest e Unione Sovietica. Finisce 3-0 e il bomber, che nessuno si permette più di chiamare dicker, aggiunge due piccole perle a un già nutrito bouquet. Per lui viene coniato il soprannome che non è mai stato dato a nessuno: “Bomber der Nation”, inutile la traduzione.

IL GRAN RIFIUTO. Il duello con il calcio totale olandese contrappone il rivoluzionario modulo di Cruijff e compagni, nel quale tutti devono saper fare tutto, al più tradizionale e pragmatico gioco tedesco, articolato sulla difesa ferrea, sulla condizione atletica e sulla produttività in attacco. Così, nel 1973, prende corpo il grande sogno del Barcellona. Mettere insieme Cruijff e Müller, per dar vita alla più sensazionale coppia d'attacco di tutti i tempi. Solo pensarci, sembra fantascienza. L'olandese accetta, Gerd Müller anche, ma la Federazione tedesca si mette di traverso: nell’anno che precede l’organizzazione dei Mondiali in Germania, nessuno si muove dalla Bundesliga. Un matrimonio, quello fra Müller e il Barcellona, che non s’ha da fare e che non si farà. Il bomber tedesco non la prende bene e giura vendetta. Il suo anatema è pubblico e non ammette interpretazioni: «Vi regalerò il titolo mondiale, poi non metterò mai più piede in Nazionale». Sarà di parola in tutti sensi. Il pomeriggio di domenica 7 luglio 1974, all’Olympiastadion di Monaco, Germania Ovest e Olanda, proprio loro, si giocano la Coppa del Mondo. Segnano subito gli olandesi con Neeskens, su calcio di rigore. La Germania fatica, ma sempre su rigore pareggia con Breitner. Müller va su e giù in area avversaria per 45 minuti, sembra abulico e incon­cludente, e intanto le squadre sono as­sestate sull'1-1. Manca un minuto alla fine del primo tempo. Un pallone cal­ciato da Bonhoff filtra in area dalla de­stra, l’attaccante si muove in modo goffo e sem­bra aver perso il tempo giusto. Ma avere il baricentro basso e i fianchi larghi non è sempre uno svantaggio. Arpiona infatti un pallone che sembra destinato alla difesa avversaria e poi inventa una mezza girata dalla corta distanza che sorprende tutti, anche il portiere olandese Jongbloed, che resta come una statua. Un altro piccolo gol dei suoi, il più grande di tutti. L'Oympiastadion di Monaco sembra franare sotto il peso dell'entu­siasmo generale. Nel secondo tempo l’Olanda non riesce a pareggiare: la Germania Ovest è cam­pione del mondo.

MAI PIU'. Deve ancora compiere 29 anni, Gerd Müller, ma quel che è detto è detto e indietro non si torna: lui in Nazionale non giocherà più. È un fatto di coerenza ma anche di risentimento personale. Nessuno è disposto a dargli tutti i soldi promessi a suo tempo dal Barcellona e ci sono treni che nella vita di un professionista non passano due volte. Il rapporto fra le parti termina con un saldo decisamente attivo. 68 reti in 62 apparizioni con la maglia della Germania Ovest. Nel Bayern, inve­ce, Müller resta per altre cinque stagioni, vincendo praticamente tutto, in particolare tre Coppe dei Campioni e un’Intercontinentale. Ma anche il rapporto con la casa madre con il tempo si logora. Forse cominciano a mancare le giuste motivazioni, forse è insorto un certo inevitabile appagamento. Anche l’età calcistica comincia ad avanzare, per di più il Bayern Monaco ha scoperto un altro giovane fenomeno. Si chiama Karl-Heinz Rummenigge e dicono che non abbia nulla da invidiare al suo collega di reparto. Un giorno di marzo del 1979, in una partita di campionato contro l'Eintracht Francoforte, il “bomber nazionale” viene sostituito anzitempo per «scarso rendi­mento».

GO WEST. La separazione era nell’aria ma stavolta lo strappo è consumato. Gerd Müller deve trovare fortuna altrove e segue l’esempio di Franz Beckenbauer. Va a giocare nel Nuovo Continente. Non sarà un campionato di primo livello, ma gli americani pagano molto bene. Milita nei Fort Lauderdale Strickers e resta fi­no a 37 anni negli States, dove gli succedono cose belle e brutte. Apre una birreria e un ri­storante in Florida, rovina il suo matrimonio e con l’andare del tempo si fa pren­dere dalla depressione e dall’etilismo. Torna in Germania all’inizio degli anni 90, si dice che sia scosso da propositi suicidi. Fuori dal campo i tormenti personali non lo hanno abbandonato. Poi, a quanto pare, sembra ritrovare l'equilibrio smarrito, ma qualcuno nota che non è più il solito Gerd Müller. D’accordo, non è mai stato un allegrone, ma la sua carica vitale lo aveva sempre spinto in avanti, non solo nel calcio. Lo aiutano in tanti, il Bayern Monaco gli affida il settore giovanile e nel corso degli anni lui lancia talenti come Lahm, Schweinsteiger e l’omonimo Thomas Müller.

FORZA, BOMBER. Nel 2015 si rende pubblica una notizia che addolora chi ama il calcio e i suoi grandi interpreti: l’uomo dei piccoli gol è affetto dal morbo di Alzheimer. Un avversario difficile da superare e che almeno per qualche tempo lo tiene rinchiuso in un centro clinico specializzato. Anche stavolta i suoi fans si aspettano un gol. Uno grande, però.

Diego Mariottini