Per tutti noi, tifosi e supporters granata, quel giorno iniziava un sogno: si posava la prima pietra del Filadelfia, lo stadio del Grande Torino. Distrutto dalla cupidigia di pochi indegni ora, pezzo a pezzo, sarebbe stato ricostruito per ricreare l’atmosfera dei tempi eroici del Torino. All’ora stabilita si entrò tra le rovine del tempio, guardandosi attorno ancora una volta annichiliti da tanta devastazione. In pochi passi ci trovammo sul Campo. In quell'istante i nomi dei Campioni, scanditi dalla voce di Nicolò Carosio, ci lasciarono attoniti, come se stessero uscendo in quel momento da quel famoso tunnel. In un lampo fu come tornare indietro nel tempo, trovarsi nel mezzo di una partita di allora. Gli Immortali sfrecciavano attorno a noi, ansimando per lo sforzo, si udivano i tonfi dei calci sul pallone, le voci chiamarsi l’un l’altro ed ecco il boato della folla per un goal di Gabetto. Fu solo un attimo di visione onirica; poi non restò che cogliere alcuni fili d'erba di quel Campo da gioco, come fossero candidi gigli.

Le canzoni ed i cori granata si levarono forti ed emozionanti con lo stesso entusiasmo del momento di ingresso della squadra in campo. Giunsero i giocatori dell'ultimo scudetto, salutati dal coro "Campioni, Campioni!" e la mente ci portò a quel giorno di maggio del '76. Arrivò pure una ventata di freschezza, le nostre giovani speranze: i Campioni d'Italia della Primavera e i ragazzi delle giovanili. "Io non giocavo, non segnavo per me, ma per il Toro, per i miei compagni", a queste parole di Paolo Pulici seguì istantaneamente il toccante ricordo di Giorgio Ferrini e Gigi Meroni che sicuramente avrebbero condiviso il suo pensiero, proprio loro, grandi alfieri della Bandiera Granata.

Fu rievocato Oreste Bolmida, il Trombettiere del Filadelfia, suonando la sua magica tromba, con cui spronava alla carica il Grande Torino dando il via all'irresistibile quarto d'ora granata. Le note riecheggiarono nel silenzio di una folla ammutolita a quel suono mai udito prima. In quei momenti, col cuore in gola, avvertimmo come quella tromba stesse dando la carica a noi. Quindi udimmo Cairo parlare da Presidente, invocare la restituzione dell'ottavo scudetto, nell'anno che sarà del Toro e invitando tutti a ricordare le persone che ci avevano trasmesso la loro fede nel Torino. All'istante ognuno di noi avvertì la presenza della persona che fu capace di farci amare il Toro, commuovendoci fino alle lacrime, rinfrancati solo dal nuovo squillo lungo e pulito della Tromba, questa volta suonata da Cairo come da vero condottiero.

Così si riuscì a rinverdire lo spirito del Torino. Con uno sguardo accarezzammo quei pochi ruderi rimasti, tanto bastò per ricordare il Filadelfia com’'era. Ma questa volta c'era speranza nei nostri animi: si intuiva come quel momento fosse la ripartenza, con la sicurezza che il sogno si sarebbe avverato.