Mi scuso da subito con chi si appresta a leggere e, probabilmente, abbandonerà, comprensibilmente, senza arrivare fino in fondo, sussurando imprecazioni. Non ve ne voglio, anzi, mai come in un momento come questo, vi voglio bene comunque!

 

Tanto di... appello.

Il calcio è bello perché vi sono molti modi di viverlo e vi sono, pure, varie sfaccettature da cui osservarlo. Questo momento che ci vede privati da questo strumento di alleggerimento del fare quotidiano, quando vogliamo rintanarci con qualcosa che ci sia di distrazione, perché capace di allontanare, in verità siamo noi che ne veniamo trasportati lontano, il peso di alcune situazioni, come può fare un buon libro che ti cattura e che ti tira dentro le proprie pagine e ti fa muovere lungo i propri sentieri, trascinandoti  a forza o invitandoti dentro mille altri vissuto, estranei e da scoprire, o una chitarra, quando l'accarezzi e la tua mente si muove inseguendo note che sembrano essere già nel tuo cervello e aspettavano solo di uscire. Però, il calcio è amore intimo e collettivo, ed è piacere di condivisione. Un libro lo si può prestare e raccontare, ma va letto per "sentirlo" e la musica può essere sì collettiva ma ti scava dentro percorsi differenti, per insinuarsi, quando intorno tante persone si accalcano a ricevere e a decodificare le sensazioni, anche tenendo per mano una persona che si ama o avendo accanto degli amici. Il calcio è più "volgare", nel senso di diffusione semplice e popolare, più uso ad essere amato con poche precauzioni e accortezze, sia quando lo vivi in prima persona, se ne hai avuto o ne hai ancora questa fortuna, sia quando da spettatore ti lasci andare a catturare imagini e rumori, perfino inconsapevole di contribuirvi come se la tua voce in mezzo alle altre ti ritornasse estranea e complice, come se anche il gesto, uguale e naturale, di gioia o di sconforto, nascesse dallo stesso nervo sollecitato...

Eddai, che palle!!! Che vvvuoi???

Sì, avete tutte le ragioni immaginabili, mi stavo un tantino dilungando come al solito. Cerco di prendere un sentiero più diretto: visto che il calcio è anche bello da narrare, e alcuni su questa community lo fanno, e lo hanno fatto, in modo encomiabile, anziché ritrarsi, per mancanza di tecnicismi da analizzare, descrivere e dibattere, anche chi non è abituato potrebbe fare un piccolo sforzo anche per raccontare, traendo dal proprio vissuto personale o dalla propria immaginazione per ipotizzare il futuro, come alcuni tra noi già fanno. Anziché svuotare questo spazio comune, in questo momento non felice, facciamo uno sforzo e riempiamolo del calcio che ci manca, riscoprendo qualche valore andato in disuso con il tempo, le migliorie che sempre accompagnano i tentativi di progredire e migliorare, le diffidenze negli accostamenti temporali. Raccontiamo ai più giovani com'era il nostro calcio e com'era la società intorno ad esso e facciamoci raccontare, con i loro occhi che non possono essere distolti dalla nostra nostalgia, di questo calcio senza tante bandiere, sviscerato in ogni sua piega e analizzato ad ogni pedata. Facciamo questo atto di solidarietà collettiva, da cui trarremo beneficio tutti noi, intossicati del buon calcio e restii a volerne guarirne.

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C'era una volta...

Una volta il calcio era quello dello stadio, per chi poteva, per costo e vicinanza, e, pure se potevi, vi era quasi sempre anche una parte, la maggiore, narrata dalle radioline o, ancora, dal caldo sonoro delle radio  a valvole e del loro bonario "soffiare" nell'altoparlante. Ricordo le poche partite trasmesse  in tv, già quando avevi qualche parente che possedeva un  apparecchio televisivo, mono canale a quei tempi, e, normalmente, per la Nazionale o per le partite internazionali. Come l'impossibilità, quasi, di dividere il cuore tra i tuoi beniamini con la maglia azzurra e lo scudetto tricolore, delle spartane divise di quei tempi, e il grande Brasile pieno di meravigliosi artisti pedatori, le rare volte che capitava, quasi vergognandosi di non saper tifare per fede contro tanta bellezza e la ricchezza carpita e conservata nel tempo di quelle immagini e i tentativi naturali, in certa logica, di replicarli nelle partitelle. Ma la padrona assoluta di quel periodo era la radio, sia negli eleganti mobiletti in legno, per quelli più belli, come quella in casa di una mia zia, corredata anche di scomparto "giradischi" e spazio per vecchi 78 giri in vinile, a cui i "grandi", quando si mangiava insieme, qualche domenica, avvicinavano le sedie dopo pranzo per ascoltare assorti,  che dei primi "transistor", chiamati così perché portatili e a cui la nuova tecnologia nella sua fase evolutiva aveva regalato componenti di dimensioni infinitamente contenuti, rispetto alle valvole, appunto i transistors, e di maggiore facilità nel contenerne le escursioni termiche con piccoli dissipatori di calore. Adesso che abbiamo circuiti integrati che contengono intere strutture di controllo di apparecchiature sempre più complesse, dal settore militare al consumer, su satelliti e aerei, lavatrici e automobili, anche quella rivoluzione, durata anch'essa qualche anno, passando dal germanio al silicio con i suoi tempi e subendo accelerazioni sempre maggiori, ci sembra appartenere ad un'era più vicina a quella glaciale che alla nostra.

Chi non possedeva, o aspirava a possedere, un "transistor" tra noi di una certa età (più vicina alla glaciale che all'attuale)? Chi, durante la settimana, e il girovagare in compagnia, non aspettava il pomeriggio per ascoltare il "Per voi giovani" (in quell'era quasi glaciale) di Arbore e Boncompagni o la settimanale "Hit parade" di Lelio Luttazzi... e, ovviamente, le partite che ci venivano narrate in modo impareggiabile e coinvolgente, non più costretti all'interno di una stanza, avvicinandoci alla vecchia immobile radio, ma portandola in giro con noi, al sole di quei pomeriggi, ascoltando a volte in assoluto silenzio, in un misto di speranza e apprensione, attendendo che la linea fosse passata al radiocronista che seguiva la nostra squadra o quella delle dirette avversarie. Buffo parlare adesso di come si riuscisse a discutere e sfottere di partite vissute solo dalla bella narrazione di una particolare voce, il lasciarci andare ad esclamazioni di gioia o di sfottò come se il pulsare dell'emozione fosse direttamente collegata al vibrare dell'altoparlante che trasformava gli impulsi elettrici in audio, piccolo miracolo che ci stava tra le mani e insostituibile a quei tempi. Quindi, allora, il calcio poteva essere narrativa appassionata! Chi lo fa già non si arrenda, per cortesia, e continui a farlo per tutti noi e chi oggi è più portato ad analisi approfondite di ciò che vede, scopra il piacere di attingere a sensazioni, forse trascurate o sottovalutate, e le condivida, scoprendo magari la bellezza anche di questo esercizio.

 

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L'alibi che non c'era...

Ovvio che anche le analisi degli avvenimenti che, immancabilmente, vi saranno, seppure non sui campi di calcio, ma societari o di ipotesi di mercato, cosa che già avviene diffusamente, non diventano mica figli di un dio minore. Sarebbe un buon alibi, per me che sono interista, in un momento di oggettiva difficoltà, fare appello a ricordi più o meno distanti, come arma di distrazione di massa. Mica tutta 'sta pappardella era un alibi per sottrarmi al presente infausto!

Juventus-Inter 2-0 ci può stare, come risultato. Non fosse venuto dopo un'altra sconfitta con un'altra diretta concorrente alla vittoria finale, per chi vi ha creduto, e non solo sperato come il sottoscritto che non è riuscito a distanziarsi abbastanza dalla realtà, che ci aveva già allontanato dal mitico primo posto, sarebbe più tollerabile. Perdere contro "l'odiata rivale" (anche se negli ultimi anni la rivalità è stata solo giornalistica e mai reale) non sarebbe cosa di cui angustiarsi eccessivamente se non fosse che abbiamo subito esattamente come nella partita di andata. Ok, non angustiamoci comunque però diciamo che se veniamo battuti due volte dalla stessa squadra, e per due volte non diamo neppure la sensazione di poter cambiare le sorti della partita, bisogna ammettere che quella squadra non solo è più forte ma non è, attualmente, neppure alla nostra portata.

Questo lo immaginavo e non trovo giusto, come ho letto ultimamente, da parte di alcuni tifosi interisti, dare addosso a Conte e Marotta per aver (volutamente?!) portato la squadra ad una inevitabile sconfitta, perché juventini e facenti parte di una piccola succursale, in ambito nerazzurro, che continua a difendere e rappresentare gli interessi della casa madre. Sono pensieri avvelenati dall'amarezza e li lasciamo lì a marcire nel nulla che meritano. Diciamo invece che le giustificazioni dell'andata di un'inadeguatezza del mercato di rafforzamento estivo, con gli ultimi arrivi invernali, dopo i sacrifici economici già fatti, al di là di affermazioni in senso contrario, avrebbe dovuto mettere alle spalle le perplessità dell'allenatore e dargli carte migliori in mano. Per quanto mi riguarda, sia contro la Lazio che contro la Juve, la carta migliore in suo possesso è stata scartata e messa in cattiva luce (contro la Juve). Parlo di Eriksen. Non so se Conte ha avuto una crisi di rigetto nei suoi confronti o se il ragazzo con la sua classe non rispetta i criteri di addomesticamento alla sua trasformazione in mediano, fatto sta che ce ne priviamo con troppa facilità e, quando lo utilizziamo, non lo mettiamo lì ad innescare le punte, facendo da raccordo con il centrocampo, ma lo lasciamo vagare in improbabili tentativi di distruzione del gioco avversario. A questo sommiamo la svagatezza di Lautaro, non so se distratto giustamente dal coronavirus o meno giustamente dalle ipotesi di mercato circolanti, e la giornataccia del gigante buono Lukaku, che ne ha azzeccate poche, come quasi il resto della truppa, per capire che qualche handicap ce lo siamo portati dietro da Milano.

La Juve, se non fosse che l'avevo vista bella anche nella partita di andata contro di noi, e poi quasi mai più, sembrerebbe, con gli aggiustamenti fatti a centrocampo e la vena ritrovata (parlo di coinvolgimento nel gioco e non di reti) di Ronaldo, pronta al punto giusto per affrontare la fase finale della Champions. Sfortuna vuole che questo immenso dramma collettivo vada, giustamente per quanto riguarda la tutela della salute, ad influire anche sullo svolgimento della competizione a cui, vedi la caduta del favorito Liverpool, potrebbe aspirare fortemente di risultare protagonista principale, anche se l'allegra banda di Gasperini solletica molto la mia fantasia, non solo come guastatrice di altrui trionfi.

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Spalletti, il ripudiato...

Spalletti, negli scontri diretti, aveva ottenuto risultati migliori o, quantomeno, si era usciti dal campo con qualche motivo di dispiacere e qualche rimpianto per il risultato finale, perfino nella partita che giocammo in inferiorità numerica. Cosa che onestamente non possiamo eccepire quest'anno. Allora la qualità della squadra aveva subito un'impennata con l'arrivo di Rafinha in nerazzurro. La buona stagione di Icardi faceva il resto. L'anno scorso, con la scelta sfortunata del Ninja, poco sfruttato per vari motivi, e la guerra mossa ad Icardi, la stagione andò peggio del previsto ma non ricordo una squadra, come quest'anno, entrare in campo già sconfitta nella partita contro i bianconeri. Eppure Spalletti, a causa del FFP non ebbe le stesse risorse a cui si è attinto quest'anno, per rinforzare la rosa.

Spalletti migliore di Conte? Non faccio questo tipo di ragionamenti perché non mi interessano e farli adesso sarebbe un modo capzioso, se non bugiardo, di fare accostamenti, e il passato di Conte qualcosa vale. Spalletti più flessibile di Conte nel mandare in campo la squadra? Forse. Nessuno però come Mancini nell'apportare cambiamenti in corsa per modificare l'atteggiamento in campo e, avendo a disposizione qualche margine economico, come nella sua prima gestione, nel costruire una squadra di qualità e funzionale. Rimpianto? No. Dico la mia su persone che sono state allontanate con poco garbo e ricordate con poco, o insufficiente, amore sportivo. Conte è un fortissimo motivatore e contavo su di lui affinché la squadra non avesse il consueto tracollo nella seconda parte del campionato. Chissà se vi sarà una seconda parte del campionato, però...

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Trascurabili riflessioni...

A volte, quando mi accade che mi si ripresenti in mente qualcosa che ho letto tanti anni addietro, mi domando che cosa abbia stimolato la mia memoria indirizzandola così precisamente e, pure, se ciò accada anche agli altri. In questi giorni di battaglia al covid-19, di bombardamento mediatico, di decisioni sempre più rigide e stringenti, il cui punto di maggiore debolezza è rappresentato dallo scarso senso civico a cui ultimamente ci siamo adagiati e a cui abbiamo concorso tutti, con vari gradi di responsabilità. Famiglia, scuola, lavoro subiscono l'influenza della precarietà a cui vengono da decenni assoggettate e, una classe dirigente spesso eticamente  discutibile e attenta più ad interessi elitari che comuni, con slogan propagandistici lanciati come esche per raccogliere consenso spicciolo ma, comunque, pesante, ha creato un diffuso senso di diffidenza nei confronti delle istituzioni e, la propensione da parte di noi cittadini ad allontanare da noi ogni responsabilità che ci coinvolga in negativo, non ci permette di analizzare e capire quali scelte possono essere state avventate, o sbagliate, e maturare, di conseguenza, azioni correttive preferendo additare il mucchio e marchiarne i componenti con un "sono tutti gli stessi" che ci permette di scaricare una coscienza non limpida, dicendoci che avremmo sbagliato comunque e, di conseguenza, non abbiamo sbagliato affatto e scegliendo di non scegliere e di assumerci qualsiasi  responsabilità. Se sbagliare è comprensibile, sfuggire alle proprie responsabilità mostra una certa codardia.

Sono duro? Beh, sì, e se qualcuno vuol farmi ricredere contestandomi le precedenti affermazioni, gliene sarò realmente grato. Se mi viene dimostrato che la ricchezza è stata equamente, non intendo ugualmente, distribuita ammetterò il mio errore di valutazione. Se le scelte industriali, che spesso ci vedevano all'avanguardia in alcuni settori, sono state oculate e hanno portato ad una solidità dell'impianto produttivo del paese, anziché impoverirlo, deteriorarlo ed invecchiarlo tecnologicamente, per spesso abbandonarlo al proprio destino, e non mi si dica che ciò era un processo ineludibile, sarò felice di essere rintuzzato e rimetterò in discussione le mie considerazioni, non più alla luce di quel che vedo, ma dei dati. Se l'istituto famiglia non ha  subito le conseguenze della precarizzazione del mondo del lavoro e  se  il successivo livello educazionale, la scuola, ha mantenuto l'impeto sociale che ci fece fare grossi passi in avanti con la battaglia diffusa contro l'analfabetismo e, successivamente, con l'allargamento delle opportunità di crescita scolastica anche ai ceti meno abbienti, con una forte scuola pubblica, e ho sbagliato a mettere nel mirino il suo veloce declino, chiedo scusa. Se la salute è ancora bene primario di una società evoluta come la nostra e non è diventato bene speculativo, con la ricerca di profitti sempre maggiori, per cui lo slogan sembra essere diventato "meglio curare che guarire" e le strutture pubbliche non hanno dovuto lasciare il passo, depotenziate, alle strutture private che, per esistere, hanno l'esigenza di mettere al primo posto la redditività delle loro azioni, allora, va tutto bene e il male minore è che io sia tacciato di eresia, rispetto ad una società non malata di sé stessa, ma sanissima.

Però, se il panorama da me descritto ha una sua logica e validità, allora, non bisogna scaricare sugli altri, magari con compiti decisionali a cui li abbiamo delegati, tutta la responsabilità. Dove eravamo mentre ci veniva sfilato tutto, anestetizzandoci con l'idea che l'individualismo è meglio della condivisione? Con l'idea diseducativa  che pagare le tasse per avere servizi pubblici è uno spreco e che noi sappiamo gestire meglio individualmente che collettivamente le emergenze? Quando invochiamo lo Stato a cosa pensiamo se noi ci sottraiamo dal riconoscerci come componente essenziale di un'essenza collettiva che definiamo in quel modo?

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Fermiamoci... per andare avanti.

Tanti anni fa lessi un trafiletto di giornale, che mi si è impresso e ogni tanto ne avverto il suo ripresentarsi in momenti più disparati. Poche parole per informare, con sorpresa, che il Lambro che arrivava e scorreva già irrimediabilmente morto a Milano, per via degli incontrollati scarichi chimici che doveva sopportare, in quel lontano mese di agosto, dopo una pausa di un paio di settimane dell'attività lavorativa (e quindi degli scarichi abusivi, che permettevano di gonfiare i guadagni ad imprenditori più o meno farabutti) aveva rivisto l'inaspettato e quasi miracoloso ritorno di un branco di pesci (forse un po' irresponsabili) a segnalare che il fiume morto ammazzato poteva risorgere a nuova vita, se solo avessimo voluto.

In questi anni ci siamo abituati a tutto, dalla mucca pazza, che segnalò il problema della sovrapproduzione alimentare e dello sfruttamento di qualsiasi tecnica anche farlocca di allevamento, per la non sostenibilità ambientale di tale produzione intensiva, al riscaldamento globale, agli inarrestabili, anche per mancanza di volontà, incendi che distruggono pezzi di ecosistema e di futuro, a inondazioni sempre più frequenti anche nei posti fin qua meno soggetti a tali eventi, alle grosse epidemie, per non parlare delle ormai costanti guerre diffuse, ma siamo ancora qui a mettere davanti a tutto un progresso fittizio, se divenuto distruttivo, anziché una globale azione collettiva a sostegno della Madre Terra a cui stiamo apportando i più grossi dispiaceri, suicidandoci allegramente, dopo avere sopraffatto il buon senso.

Forse questa tragedia, già densa di tanti lutti, passerà ancora invano, come altre, oppure questo arrestarci per forza ci insegnerà qualcosa e, almeno temporaneamente, scopriremo che, una vita meno sguaiata nei costumi consumistici, ci apporterebbe maggiori benefici di quanto ce ne sottrae, poi starà a noi decidere su come schierarci, senza aspettare che una ragazzina di 16 anni ce lo rinfacci puntalmente, contrapponendosi ai grandi (imbecilli) del mondo.

Negli anni '70, quando ci trovammo a fronteggiare la prima crisi energetica, un leader politico ipotizzò un comportamento sociale collettivo più austero e uno sviluppo sostenibile, per andare avanti. Allora, in tanti lo derisero. Chissà, forse a dargli ascolto...

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Ok, l'ho fatta lunga anche questa volta. Mi scuso, in aggiunta con le scuse iniziali, con chi è arrivato fino in fondo, oltre che ringraziarlo. Poi, a parte, mi spiegate chi ve l'ha fatto fare.