"La gente avrà letto i giornali, avrà visto la Tv, saprà della mia decisione. Un saluto a tutti e sarà finita per davvero". Quando a pronunciare parole del genere, essenziali e dignitose, è un calciatore qualsiasi che annuncia in conferenza stampa il proprio ritiro, il discorso può passare quasi inosservato. Ma se a parlare è uno come Marco Van Basten, allora quella frase si trasforma nel de profundis di se stessi, forse nel drammatico testamento spirituale del più grande giocatore della sua epoca, Maradona permettendo. E di drammatico c’è molto in quelle parole scarne, essenziali, sofferte, soltanto in apparenza dirette e risolute. Dette da uno che ha sempre preferito i fatti alla dialettica da arzigogolo, la giocata impensabile alla sterile recriminazione.

54 SPECIAL – Il 31 ottobre “il cigno di Utrecht”, uno dei soprannomi più belli e densi di significato mai inventati per uno sportivo, compie 54 anni. Oltre mezzo secolo di vita e di calcio, di grandezza assoluta in campo, di classe suprema, di gol irrealizzabili per chiunque altro. Van Basten è un artista del suo tempo e come tutti gli artisti veri ha in dote qualcosa che ad altri è stato negato: far apparire semplice la complicatezza, stilizzato il gesto irripetibile, composto il debordante. Le parole dette da Van Basten nella conferenza dell’agosto 1995 rappresentano il suo ultimo gol, il caos calmo di un uomo la cui ostentata normalità è anch’essa tratto distintivo del campione. Questione di sottili equilibri, da saper intravedere e di cui leggere il senso fra le righe.

L’IDENTIKIT - Quando qualcuno definì l’asso olandese come “il più raffinato ed elegante centravanti del calcio moderno, l'unico che sapesse danzare sulle punte di un fisico ciclopico”, venne riassunto l’assoluto del pallone in 20 parole esatte. Raccontare un ossimoro e renderlo comprensibile non è impresa da poco, anche perché già descrivere e catalogare le caratteristiche tecniche e il ruolo in campo di Van Basten risulta compito non meno complesso. È un Fred Astaire del pallone senza indulgere a preziosismi, è un angelo sterminatore senza (quasi) mai accessi di arroganza. È senz’altro un attaccante, Marco Van Basten, ma limitarne l’estro riducendolo a “semplice” macchina da gol sarebbe come dire che Attila re degli Unni sia stato “un po’ maleducato”.

OGNI DEFINIZIONE VA STRETTA - Eppure Marcel Van Basten, nato a Utrecht il 31 ottobre 1964, una macchina da gol di certo lo è, perché 301 gol in carriera fra Ajax, Milan e Nazionale olandese parlano da soli. Ma sarebbe limitante fermarsi lì, perché lui è anche altro: uno straordinario rifinitore nelle giornate di scarsa vena realizzativa, per esempio. Oppure un trequartista ante litteram, in anni in cui giocare fra il centrocampo e l’attacco significa essere quasi sempre classificati come “né carne né pesce”. Baggio per esempio era considerato un “nove e mezzo” e la cosa, strano a dirsi, non suonava quasi mai come un complimento. Con l’olandese la critica si rende conto di essere di fronte a un extraterrestre e a definire non ci prova neppure: il Van è il Van.

UOMO SQUADRA - Non è veloce come Gullit ma nel momento che conta è sempre il primo ad arrivare sul pallone, sia di testa sia di piede. Non è geometrico come Rjikaard ma quando la sfera è tra i piedi del numero 9 milanista, come per magia ciascuno dei compagni sa che cosa deve fare. La fortuna del Diavolo passa attraverso gli umori e l’estro del Cigno di Utrecht. Arrigo Sacchi lo sa e cerca di assecondarne il carattere, sensibile ma determinato, introverso ma capace di farsi sentire quando serve. E quando serve i due arrivano anche alla discussione accesa: il mister, che ha portato al Milan l’evoluzione della zona pressing, vuol fare del Van il terminale d’attacco impostando la squadra sul pressing altissimo. Il Van non gradisce e il conflitto fra i due diventa sempre più aspro, praticamente insanabile: sfiancarsi a tutto campo è l’ultimo dei pensieri del Cigno, lui vuole “solo” buttarla dentro. È forse l’unica occasione in cui le frecce acuminate del fuoriclasse si rivolgono contro qualcuno che non sia un avversario. Sta di fatto che nel 1992 Berlusconi e Galliani sono posti di fronte a una scelta e la scelta sarà fatta: Sacchi va, Marco resta. Il nuovo allenatore Fabio Capello è avvertito.

FENOMENOLOGIA DI UN FENOMENO – E’ poco più di un ragazzino Marco Van Basten quando, il 3 aprile del 1982, esordisce nella Eredivisie (la serie A olandese). Johann Crujiff ha messo da tempo gli occhi su quel gigante e riconosce subito in lui le stimmate del campione. La partita è Ajax-NEC Njimegen. Il giovanotto entra nella ripresa al posto proprio dello Johann nazionale e fa subito vedere di che pasta è fatto. 17 anni e mezzo e alla prima apparizione va subito in gol. “E’ nata una stella” sentenzierà la critica di casa. “E io che cosa vi avevo detto” ribatterà soddisfatto proprio Crujiff. Nei due anni successivi Van Basten segna dapprima 9 gol in 20 partite e poi 28 realizzazioni in 26 partite nella stagione 1983-1984. Con una media di quel genere è scontato indovinare chi sia il capocannoniere del campionato, anche se nel 1984, per la prima volta da quando lui gioca in prima squadra, l’Ajax non vince lo scudetto. La stagione seguente la formazione di Amsterdam è di nuovo campione d'Olanda e Van Basten si laurea ancora una volta miglior marcatore con 22 gol. Nella stagione 1985-1986 con 37 reti in 26 partite, l’attaccante di Utrecht è per la terza volta capocannoniere, vincendo la Scarpa d'oro e contribuendo al successo dei “lancieri” in Coppa d'Olanda. Il 1986, tuttavia, segna anche l'inizio dei guai fisici: dapprima è colpito da epatite virale e deve fermarsi tre mesi. Poi a fine anno si infortuna alla caviglia destra dopo un contrasto con un avversario. Continua a giocare ma alla fine deve farsi operare in Svizzera. Torna in campo 3 mesi più tardi, giusto in tempo per la finale di Coppa delle Coppe 1986/87 tra Ajax e Lokomotive Lipsia. È suo l’unico gol della partita, decisivo ai fini della conquista del trofeo. È inoltre capocannoniere del campionato olandese per la quarta volta.

IL MILAN - Marco Van Basten arriva nell'estate del 1987 al Milan. Qualcuno è scettico perché ritiene il campionato olandese un cimitero degli elefanti troppo poco attendibile circa il reale peso di un attaccante, sia pure 4 volte capocannoniere. Il numero 9 segna già nel debutto a Pisa, ma presto arriva anche il primo stop: l'altra caviglia inizia a dargli problemi dopo il match di Coppa UEFA contro l'Español. Si opera nuovamente ma il responso è duro: 6 mesi di stop. Quando torna in campo, il Milan è alla rincorsa del Napoli, e il redivivo segna i gol decisivi contro l'Empoli in casa e contro la squadra di Maradona, nella decisiva gara giocata e vinta al San Paolo per 2-3. Il Milan completa la rimonta e vince lo scudetto. Il cimitero degli elefanti, evidentemente, produce anche fenomeni.

GLORY DAYS – Non sarà stato un protagonista della stagione 1987/88 ma, come si è detto, la punta olandese è tornata in campo dopo una lunga convalescenza segnando i gol decisivi per l’aggancio e il sorpasso al Napoli. In quella stagione, un rinato Marco Van Basten si toglie un’altra grande soddisfazione vincendo il Campionato Europeo con l’Olanda. Memorabile il suo gol segnato a Dasaev (URSS) in finale, premiato come secondo gol più bello della storia del calcio da Worldsoccer. Anche quella perla, un tiro al volo da posizione defilatissima, dopo essersi coordinato alla perfezione, contribuisce alla vittoria del suo primo Pallone d’Oro. La stagione 1988-1989 vede il ritorno del Milan in Coppa Campioni. In Europa segna 10 reti, tra cui quelle in semifinale con colpo di testa in tuffo contro il Real Madrid nell'1-1 dell'andata a Madrid, quella del 5-0 del ritorno al Meazza e la doppietta nella finale contro la Steaua Bucarest. A dicembre, subito dopo la conquista della Coppa Intercontinentale, il campione vince il secondo Pallone d'oro consecutivo. Ma i guai fisici non sono terminati, perché all'inizio della successiva stagione, Van Basten viene di nuovo operato al menisco. In campionato segna comunque19 gol, che gli valgono il primo titolo di capocannoniere in Italia. Nel 1990 raggiunge ancora la finale di Coppa dei Campioni, che il Milan vince contro il Benfica (1-0). Nel 1990-1991 il Milan conquista ancora la Supercoppa europea e l'Intercontinentale, contro i paraguaiani dell'Olimpia Asunción. Nella stagione 1991-1992 a Sacchi subentra Fabio Capello: Van Basten ottiene nuovamente scudetto e titolo di capocannoniere, ma soprattutto il terzo Pallone d’Oro, impresa riuscita in passato soltanto al connazionale Crujiff e a Michel Platini.

IL CANTO DEL CIGNO (DI UTRECHT) - Il giorno seguente alla consegna del terzo Pallone d'oro, Marco Van Basten si fa operare alla caviglia: la prognosi è di due-tre mesi ma resta fermo per circa quattro, rientrando a fine aprile del 1993. Viene tenuto a riposo in vista della finale di Champions League contro l'Olympique Marsiglia, vinta dai francesi per 1-0, nella quale il milanista scende in campo nonostante tutto. A giugno si sottopone al quarto intervento chirurgico alla caviglia: da qui in poi trascorrono due anni nel tentativo di recuperare l'efficienza fisica. Si unisce di nuovo ai compagni per la preparazione nell'estate del 1995, ma pochi giorni dopo prende la decisione di ritirarsi definitivamente, a soli 30 anni, dall'attività agonistica. Sarà Adriano Galliani, allora amministratore delegato del Milan, a usare per lui le parole che non si spendono per nessuno: “Il calcio perde il suo Leonardo da Vinci”. Del resto, se un giocatore viene votato per acclamazione “l’attaccante rossonero del XX secolo”, un motivo ci sarà pure.

Diego Mariottini