Alla domanda “qual è il miglior allenatore di sempre” è difficile, se non impossibile, rispondere.  
Ognuno di noi può dare una risposta diversa per svariati motivi e, per quanto si possono stilare migliaia e migliaia di classifiche chilometriche piene zeppe di nomi (anche altisonanti) di tecnici, ognuno avrà sempre un’opinione diversa dagli altri.
Insomma, questa premessa ci porta a capire che non può mai esistere un opinione comune e condivisa da tutti, ed è proprio questo, se vogliamo, il fascino intrinseco in uno sport come il calcio: non tutti hanno la stessa visione di gioco e non tutti la pensano allo stesso modo. Parlando di allenatori è difficile stabilire con certezza quali siano le mansioni che effettivamente egli debba svolgere. Banalmente, quasi per definizione, potremmo dire che l’allenatore è colui che prepara il gioco, che quasi si scervella per la tattica da usare cercando poi di tradurla su quella magica lavagnetta magnetica e di inculcarla nella testa dei suoi calciatori. E’ colui che cerca di far sì che il suo gioco sia quanto più dinamico e penetrante possibile, ed è anche lui che si sgola dalla panchina quando un giocatore sbaglia qualche passaggio di troppo mandandolo, spesso, anche a quel paese.
Ma davvero si può ridurre a queste nozioni semplicistiche e parziali l’immenso lavoro che l’allenatore realizza? Direi proprio di no.

Oltre a questo, penso, che l’allenatore debba essere anche una figura che, in primis e ancora prima delle questioni tattiche, abbia l’obbligo instaurare una relazione di leadership con il giocatore quasi cercando di entrare nella sua testa. Certo, non si vuole dire che ora tutti gli allenatori di calcio devono avere la laurea in psicologia, però sicuramente un allenatore dovrebbe anche saper realizzare una sorta di “schema mentale” che gli permetta ,magari, di capire quali possano essere i punti di forza del proprio giocatore o i suoi punti deboli, una sorta di orientamento per capire dove investire di più su un calciatore e come amalgamarlo in una squadra. Che poi i risultati siano positivi e arrivino  piogge di trofei e riconoscimenti, tanto di guadagnato ma se ciò non dovesse accadere, non si può dire che l’allenatore non abbia fatto il proprio dovere.
Se questo risulta già è complesso per gli allenatori di categorie inferiori, figuriamoci per gli allenatori di serie A. Per fortuna nostra, sono stati tantissimi gli illustri allenatori che hanno calcato i palcoscenici dei grandi stadi italiani: grandi personalità che hanno fatto innamorare generazioni e generazioni di tifosi italiani. Fare un mero elenco sarebbe troppo riduttivo e ,inoltre,  ricordare le vecchie glorie è l’unica consolazione che rimane perché oramai siamo orfani di un calcio, quello definito “nostalgico”, che purtroppo non esiste più. Con un velo di amarezza si potrebbe dire che non esistono neanche più le bandiere del calcio, l’ultima è stata proprio Francesco Totti che ha appeso gli scarpini al chiodo lasciando tanta tristezza in tutti gli appassionati.
Ma se certi giocatori hanno fatto innamorare migliaia di tifosi è stato anche merito, oltre che per le loro capacità, del lavoro “invisibile” di allenatori alle loro spalle.

Ma guardiamo ora al presente e in casa nostra.
Il primo allenatore italiano con cui vorrei cominciare è colui che ha fatto appassionare i tifosi non solo della squadra che allenava ma anche di tutta Europa. Parlo di Maurizio Sarri. Ciò che mi ha sempre colpito di questo allenatore è stato il fatto che dal suo gioco si è creata una vera e propria corrente, quasi filosofica e con tanto di adepti, a tal punto da essere diventato un termine della nostra lingua e a meritarsi un posto tra le pagine del Treccani, il sarrismo
Il piccolo banchiere dalla provincia di Firenze che indossava sempre la tuta, è stato pioniere di un vero e proprio stile e rappresenta l’emblema del sacrificio e della dedizione che ogni allenatore deve avere. Dalla Seconda categoria alla Champions, una scalata niente male. Il suo gioco a Napoli è stato sempre considerato spumeggiante, un vero piacere per gli occhi che lo ha portato a ricevere apprezzamenti da tutti gli sportivi. Tutti ricorderanno, in particolare, quel fantastico gol in un Cagliari-Napoli dove ci fu una sorta di torello che coinvolgeva tutta la squadra (compreso un retropassaggio del portiere Reina) che con 17 tocchi e senza mai perdere la palla, è andata a segno. Ma il clima iniziale in cui è entrato Sarri non è stato molto caloroso: già Maradona era perplesso sul suo gioco, dopo i pareggi consecutivi e deludenti del suo Napoli con Sassuolo ed Empoli, pronosticando di non arrivare nemmeno a metà classifica ma invece sappiamo tutti com’è andata. Un gioco fresco, giovanile, tutto ciò che serviva per rendere viva una serie A che fino a quel momento era stata fin troppo statica nel gioco. L’unica nota stonata e l’unico rimpianto di Sarri è stato il non poter festeggiare lo scudetto col Napoli per quella partita sciagurata a Firenze ma tutti lo ricordano  per il suo gioco che dovrebbe essere inserito in tutti i manuali di calcio.

Non c’è molto da dire su Carlo Ancelotti. Il suo palmarès vale più di ogni altra parola: trofei di ogni genere vinti con squadre blasonate e grandissimi campioni allenati che, ancora oggi, mostrano rispetto nei suoi confronti. La sua fama ha raggiunto ogni angolo del mondo e i suoi risultati sono sempre stati più che soddisfacenti. Ora a Napoli le cose non sembrano riprendere i fasti di Madrid e di Milano. Certo, i giocatori azzurri non potranno mai essere equiparati ai fenomeni che Carletto aveva ma, nonostante il loro buon livello, il suo gioco viene accusato di non essere all’altezza della squadra, a tratti quasi sterile insinuando, inoltre, che egli abbia vinto in passato solo per i grandi giocatori che aveva in squadra. Si sa, le critiche fanno parte del mestiere degli allenatori e, prima o poi, ci si fa anche il callo e quasi non si ascoltano più ma ad Ancelotti gli si può dire tutto, tranne che non sia un vincente e che non sia un allenatore capace. Sicuramente, a lungo andare, farà ricredere tutti coloro che lo criticano con la sua perseveranza e la sua pacatezza che lo contraddistinguono non solo caratterialmente ma anche nel suo gioco.

Un altro allenatore che, come Ancelotti, ha parlato inglese (o comunque cercava di farlo) è Antonio Conte. Se a Londra non è ricordato per la sua fluidità nel parlare la lingua e nemmeno per la stagione brillante col Chelsea, in Italia se lo ricordano eccome non solo per aver allenato la Nazionale ma anche per le straordinarie annate con la Juventus. Un’egemonia totale che lo hanno portato a vincere ogni anno lo scudetto quasi come se fosse una cosa naturale. Se dovessimo racchiudere Conte in una parola useremo sicuramente “mentalità”. Sì perché è proprio questo il punto forte dell’allenatore leccese: il riuscir ad imporre, oltre che la propria filosofia, anche la propria personalità in una squadra dove era chiaramente di casa. La sua Juventus entrava in campo sempre affamata di vittoria, grintosa e con un gioco, a tratti, asfissiante. E’ riuscito a far sprigionare il meglio anche in calciatori non tatticamente irresistibili entrando così, fin da subito, in buoni rapporti col tifo bianconero. Ora allena l’Inter e tutta questa sua tenacia la sta riflettendo anche nella sua nuova squadra tant’è che, prima della sconfitta proprio contro i bianconeri, l’Inter non aveva perso un colpo. Un gioco distruttivo e a tratti anche maniacale.

Chi è arrivato con l’indifferenza di tutti è stato Paulo Fonseca. E’ reduce da annate con uno Shakhtar Donestk che parlava anche un po’ portoghese (visto i molti brasiliani in squadra) che ha stradominato per anni in Ucraina nonostante l’ambiente ostico in cui l’allenatore si trovava a causa della guerra che aveva colpito la nazione. Al suo arrivo gli appassionati di calcio hanno storto un po’ il naso non credendo nelle sue qualità e mettendo in discussione le sue vittorie figlie solo dello scarso livello del campionato ucraino ma il tecnico giallorosso sta zittendo tutti con il suo gioco molto parsimonioso sempre alla ricerca, quasi morbosa, del gol. Il tecnico ha sempre affermato di volere una squadra che fosse concreta e fredda sotto la porta con terzini e attaccanti che sono sempre chiamati a coprire i grandi spazi. Un gioco a pochi tocchi di palla ma efficace.

Ultimo ma non per importanza, troviamo Gian Piero Gasperini che non è, come Fonseca, l’ultimo arrivato in Serie A. Una veccia conoscenza del calcio italiano che ha mosso i suoi primi passi come allenatore nelle giovanili della Juventus. Dopo l’ottima stagione col Genoa e dopo l’essere stato l’unico allenatore della storia del club a vincere tre derby consecutivi contro la Sampdoria, rimarrà nella storia anche per l’impresa con la sua Atalanta. Un gioco vivace in una squadra  che ha alle spalle un grande progetto nonché una primavera invidiabile e che, pur essendo definita da sempre “la regina delle provinciali”,  ha dato filo da torcere alle big come Inter, Roma e Napoli. Il suo 3-4-3 duttile ed intenso ha trascinato la Dea in una stagione indimenticabile portandola a qualificare, per la prima volta nella storia del club, ai gironi di Champions League. Un allenatore umile che non ha mai cercato di strafare o di peccare di superbia.

Tutti questi allenatori citati hanno lasciato un’impronta, nel bene o nel male, nel nostro campionato e delle personalità diverse ognuna con il proprio background con grande lavoro alle loro spalle. Concludo questo articolo con una frase di un ex allenatore che ogni italiano ha apprezzato e che sempre apprezzerà, parlo dell’immenso Arrigo Sacchi:Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati, per forza, dei campioni; un fantino non ha mai fatto il cavallo.”
La frase del profeta di Fusignano riassume perfettamente il mio pensiero sugli allenatori: non servono i grandi blasoni o i grandi curriculum alle spalle per determinare la grandezza di un tecnico, l’allenatore si vede non solo dai risultati ma anche da ciò che riesce a trasmettere attraverso il suo lavoro ma soprattutto attraverso i suoi valori, costantemente, in campo e ,perché no, anche fuori. E allora esiste o no l’allenatore ideale? Ai posteri l’ardua sentenza…!