Ogni favola, si sa, ha il suo protagonista, il suo principe, il suo eroe.
Spesso più di uno, come nel calcio, ma a guardar bene anche le favole calcistiche hanno il suo unico grande eroe. Lo sa il Milan, che custodisce nel cuore i gol di Pippo Inzaghi nella finale di Atene, e lo sa l'Inter, che ha come uomo risolutore di ognuna delle finali del Triplete un principe di nome di e di fatto come Diego Milito. E come non citare il Leicester, che nel 2016 vinse una Premier League storica facendo appassionare milioni di tifosi del calcio, e che ha in Jamie Vardy l'uomo simbolo di quel leggendario titolo. Insomma, ogni favola ha il suo deus ex machina.

E poi c'è Edin Dzeko, il "diamante bosniaco" il cui nome è scritto indelebile nelle pagine di libri di favole in lingua tedesca, inglese e da ieri anche italiana. Edin è il capitano della sua nazionale, lui che è nato a Sarajevo nel 1986 e che da bambino ha vissuto sulla sua pelle la guerra iniziata in Bosnia nel 1992 e terminata nel 1995. "Avevo sempre paura, quando sentivamo gli spari o le bombe che cadevano, ci nascondevamo dove capitava. Potevi morire in qualsiasi momento", racconta il centravanti della Roma.

Così Dzeko, temprato prima del tempo dal contesto in cui è cresciuto, nel 2003 intraprende la carriera da calciatore professionista in una squadra locale, dove gioca nel ruolo di centrocampista per due stagioni prima di trasferirsi, per altrettante stagioni, in Repubblica Ceca dove cambia ruolo e diventa attaccante. È la svolta che segnerà la sua carriera, e lo si capisce subito, quando viene nominato miglior calciatore straniero del torneo.

Nel 2007, a 21 anni, il primo passo verso la favola: Felix Magath, allenatore del Wolfsburg, rimane stregato da Dzeko e convince il club tedesco a spendere ben 4 milioni di euro pur di averlo a disposizione. Dopo una prima stagione di ambientamento, Edin diventa l'assoluto artefice dell'unico e leggendario titolo vinto dal Wolfsburg nella sua storia: nel 2008-2009, infatti, con la media di quasi un gol a partita, forma con il brasiliano Grafite il tandem d'attacco più prolifico nella storia della Bundesliga con 54 reti complessive superando di una rete il record di Gerd Muller e Uli Hoeness ai tempi del Bayern Monaco.
Dzeko viene così eletto miglior giocatore della Bundesliga e inserito nell'elenco dei 30 candidati al Pallone D'Oro 2009 poi vinto da Lionel Messi e in cui Edin ottiene il tredicesimo posto. Nell'estate 2009 attira su di sè le attenzioni di tutti i top club del mondo, a partire dal Milan di Berlusconi che tramite Galliani si assicura l'accordo del giocatore ma non riesce a strapparlo al Wolfsburg perché la richiesta di 30 milioni di euro viene ritenuta eccessiva e i rossoneri ripiegheranno su Klaas-Jan Huntelaar prelevandolo dal Real Madrid per la metà, 15 milioni di euro.
Così Edin resta al Wolfsburg e, pur non riuscendo a replicare il traguardo storico della stagione precedente, vince il titolo di capocannoniere della Bundesliga siglando 22 reti, 4 in meno della stagione del titolo nella quale però Grafite ne aveva segnati 28.

Le prestazioni di Dzeko continuano a non passare inosservate, e questa volta è Roberto Mancini a volerlo con sè: è il gennaio 2011 e il tecnico del Manchester City vuole rinforzare un reparto d'attacco che vanta Carlos Tevez e Mario Balotelli prelevato dall'Inter in estate ma che ha perso Robinho ceduto al Milan e avrebbe perso anche Adebayor prestato al Real Madrid prima ancora delle partenze di Jo e Santa Cruz, quindi i Citizens investono 35 milioni di euro per assicurarsi le prestazioni di Edin Dzeko cui si aggiungerà anche Sergio Aguero prelevato dall'Atletico Madrid pochi mesi più tardi per un parco attaccanti tra i più forti della storia della Premier League.
Il suo posto d'onore nella favola del City che non vinceva una Premier da 44 anni lo ottiene quando, sul punteggio di 1-2 all'ultima giornata contro il QPR, sigla il gol del pareggio al 92' su colpo di testa da corner rendendo possibile il gol del delirio di Aguero che al 94' firma il 3-2. Al City, Dzeko vince una FA Cup, una Premier League e un Community Shield sotto la guida di Mancini, un'altra Premier League e una League Cup sotto la guida di Manuel Pellegrini per un totale di 72 reti segnate.

Nelle qualificazioni al Mondiale 2014, guida con 10 reti la Bosnia a una storica qualificazione diventandone il miglior marcatore della storia e in seguito il capitano, prima di divenire anche il miglior realizzatore di tutte le nazionali dell'ex Jugoslavia con 46 reti.

Il ciclo inglese volge al termine ed è la Roma a puntare su di lui nel 2015, con Walter Sabatini che strappa un prestito con diritto di riscatto per un totale di 15 milioni. La prima stagione è al di sotto delle aspettative, segna 10 gol in tutte le competizioni ma fatica a prendere confidenza con la Serie A fallendo reti facili e finendo in panchina quando Luciano Spalletti decide di puntare su Perotti falso nueve accanto a Salah ed El Shaarawy. La seconda stagione vede il grande riscatto dell'ariete bosniaco, che diventa il miglior marcatore stagionale della storia della Roma battendo il record di Totti e ottiene il doppio titolo di capocannoniere dell'Europa League e della Serie A. Nella terza stagione in corso, supera quota 50 gol in Serie A con la maglia della Roma, replicando i traguardi già tagliati in Bundesliga e in Premier League. A gennaio scorso però, il Chelsea bussa alla porta della Roma strappando il sì del club giallorosso per riportare Dzeko in Premier League: lo vuole Antonio Conte, per ottenere una qualificazione in Champions che si sta allontanando con il Chelsea quinto in classifica e per vincere la FA Cup, ma Edin non vuole lasciare Roma e pur al centro della trattativa scende in campo a Genova contro la Sampdoria segnando un importante gol del pareggio nei minuti finali. Il rapporto con la piazza romanista non è dei migliori, tante sono le critiche che gli vengono rivolte e anzi in molti si augurano la sua cessione per circa 30 milioni di euro, una cifra che viene ritenuta soddisfacente per un 32enne. Ma Edin si tappa le orecchie, sigla una doppietta da 3 punti al San Paolo che può rivelarsi pesante come un macigno nella corsa Champions della Roma con Lazio e Inter, elimina lo Shakhtar Donetsk agli ottavi di Champions con un assist nel 2-1 dell'andata e un gol, quello della qualificazione, nell'1-0 del ritorno. Ma il bello deve ancora venire, perché la Roma si aggrappa a Dzeko e alla sua esperienza internazionale per tentare l'impresa contro il Barcellona e Edin risponde presente: gol pesante, ex post decisivo, al Camp Nou, con un rigore procurato inspiegabilmente non concesso, e la prestazione stratosferica del 3-0 dell'Olimpico condita da gol, rigore procurato, una difesa del pallone d'accademia, l'apoteosi del catalizzatore di gioco in grado di partecipare alla manovra aprendo spazi per gli inserimenti dei compagni, una visione di gioco da regista avanzato da fare invidia a tutti i migliori centravanti in circolazione. Una partita così, ad esempio, un certo Zlatan Ibrahimovic nelle fasi finali di Champions League non l'ha mai fatta.

E allora i riflettori sono tutti su Edin Dzeko, che a fine partita dichiara: "Sono contento di guardare il sorteggio per le semifinali e vedere la mia Roma là, sono rimasto per notti come questa, sono contento e penso che anche lo società lo sia", non lesinando una battutina a chi lo avrebbe ceduto senza troppi scrupoli, e ancora "A quanti soldi ho rinunciato a gennaio per restare a Roma? Non parliamo di soldi, non è importante!"
Già, perché a chi pensava che la sua cessione per 30 milioni fosse un affare, lui ha risposto con uno stile senza eguali e quei gol che, oltre a valere da soli ben più di 30 milioni, hanno regalato un sogno al popolo romanista.

193 cm e 84 kg di spessore tecnico ma soprattutto umano che rendono Dzeko, ancora una volta, il protagonista di una favola. La favola del gigante buono che guida la sua squadra. La favola del "Cigno di Sarajevo".

Grazie Edin.