La sconfitta, 3-1, contro il Porto e la conseguente eliminazione della Roma dalla Champions League sono fatali a Di Francesco che viene esonerato dalla proprietà giallorossa. Ormai, questa è storia arcinota. Al suo posto, ecco Claudio Ranieri.

Quando un club opta per un simile cambiamento, non è semplice giudicare. Occorre considerare troppe variabili, molte delle quali sono interne allo spogliatoio. Proprio per questo, diventa impossibile, per coloro che non vivono tale “luogo sacro” poter avere la percezione esatta di ciò che sta realmente accadendo. Non è solo una questione di risultati, di tatticismi, di estetica, ma anche di rapporti, di feeling, di sensazioni che sono incomprensibili alle persone che non le vivono. Il calcio è così: è emozione e proprio per questo è un gioco magnifico.

Appurato tale fatto, posso affermare di aver osservato per anni, e dal vivo, il calcio di Di Francesco. Dopo aver allenato Virtus Lanciano, Pescara e Lecce, nel 2012, l’abruzzese è stato ingaggiato dal Sassuolo, squadra che militava in serie B. In poche stagioni ha condotto i neroverdi dalla “cadetteria” al disputare il girone di Europa League. Nel mezzo, occorre ricordare il breve periodo di separazione dovuto alla sua cacciata e all’arrivo di Malesani che, però, è durato solo alcune giornate. Il tecnico di Pescara, infatti, è stato immediatamente richiamato. L’exploit emiliano gli è valso l’approdo sulla panchina della sua amata Roma che, al primo tentativo, ha condotto sino alla semifinale di Champions League. Ai capitolini, questo non accadeva da 34 anni. Un’eternità. Nell’attuale stagione, invece, l’eliminazione giallorossa dalla massima competizione per club, giunta agli ottavi, è stata condizionata da un’incomprensibile decisione dell’assistente Var e di Cakir. L’arbitro turco ha sancito che un contatto, avvenuto nell’area del Porto, tra Marega e Schick non fosse sanzionabile con il rigore. Quel penalty avrebbe potuto catapultare i giallorossi nei quarti e, magari, cambiare il destino di Di Francesco.

Inutile, però, rimuginare. “Le jou son fe” e l’abruzzese deve vedere l’esonero come un momento negativo dal quale raccogliere, però, la possibilità di crescere ulteriormente. Le qualità del pescarese appaiono importanti. Detto dei suoi risultati, è un tecnico che riesce a unire il pragmatismo all’estetica. In un periodo nel quale si vive l’annosa questione filosofica tra i sostenitori del “bel gioco” e coloro che badano maggiormente alla sostanza, il pescarese può rappresentare un importante “trait d’union”. Il suo marchio di fabbrica è il 4-3-3 che in Emilia ha rubato parecchi cuori. Il suo Sassuolo mostrava trame magnifiche, che entusiasmavano i tifosi. Davanti ad alcuni movimenti mnemonici, allo scorrere pulito della sfera, si rimaneva davvero estasiati come di fronte a una superba opera d’arte. Nessuno è perfetto e pure Difra ha qualche difetto. Nell’epoca neroverde, non si staccava mai dal suo amato modulo. Con il trascorrere del tempo, questo lo ha reso prevedibile e qualcuno iniziava a sostenere che potesse essere quel fattore che avrebbe bloccato la sua carriera. Come dimostrato a Roma, invece, anche tale difficoltà è stata superata.

Nella prima stagione in giallorosso si è trovato davanti a una squadra che era stata rivoluzionata dalle cessioni di Salah e Rudiger. Nella seconda, invece, ha dovuto far fronte agli addii di Nainggolan, Strootman e Allison. Nonostante questo, ha raggiunto una semifinale di Champions e un terzo posto in campionato. Allo stato dell’arte, lascia una Roma eliminata nel modo prima descritto dalla massima competizione per club e in piena bagarre per la quarta piazza in serie A.

Non gli si può nemmeno non riconoscere la crescita di giovani importanti come il citato portiere brasiliano o Zaniolo. In pochi eletti, la scorsa estate, avranno visto come un affare per la Roma la partenza del Ninja e lo sbarco nella Capitale del giovane ex interista. Difra era tra questi e lentamente ha inserito Niccolò nel meccanismo giallorosso. Ora, ne è un punto fermo, è oggetto dei desideri di grandi club e si spera farà la fortuna, prima, della nostra under 21, poi, della nazionale.

L’abruzzese è un tecnico dotato di mentalità europea e coraggio. Probabilmente, riesce a motivare in maniera più importante la sua squadra quando la meta da raggiungere diviene più prestigiosa. Dovrà lavorare anche su tale aspetto.

Tutto questo, però, non spaventa. Di Francesco, infatti, è dotato di una caratteristica fondamentale: è in grado di migliorare costantemente durante il corso del tempo. Dalla sua avventura a Lanciano, sino a quella di Roma è sempre stato capace di rimodellare e rivalutare qualche aspetto professionale che lo ha reso ogni volta più abile. Evidentemente, ha un’ampia capacità di autoanalisi che gli consente una tale importante qualità. Il pescarese potrebbe sfruttare questo periodo lontano da una panchina per aggiornarsi. Non sarebbe una novità. E’ una situazione vissuta da quasi tutti gli allenatori, ma per lui potrebbe essere ancora più pregnante. Dopo l’esonero milanista, l’Allegri visto sulla panchina della Juventus ha stupito tutti per la capacità di accrescere un livello che era già elevato. Ecco, per l’abruzzese, la situazione potrebbe essere simile. E tutti e 2 sono partiti da una promozione con il Sassuolo...

Non ci sarebbe da stupirsi troppo, quindi, se si ritrovasse Di Francesco vincente su una panchina di un’altra big.