Nella vita devi farcela, da solo, senza l’aiuto di nessuno.
Charles Bukowski sosteneva che corriamo come se avessimo il fuoco sotto il sedere in cerca di qualcosa che non si trova o che si fa fatica a trovare. Per quale valido motivo ci ostiniamo a rincorrere l’introvabile che potrebbe anche celarsi sotto la forma di una chimera? Secondo il poeta statunitense - principalmente - per paura di affrontare se stessi. E se in questa ricerca introspettiva, di conseguenza, scoprissimo di essere uomini e donne condannati in uno stato di solitudine fisica e/o psicologica? Seguendo l’esempio del sommo poeta - se ci pensate con attenzione: riflettete amici miei - fa più paura “la folla” con le spietate regole sociali dominanti, che la solitudine stessa. Non ce ne rendiamo conto o più semplicemente, per convenienza, facciamo finta di non capire. Se ciò fosse vero, siamo tutti vittime della nostra stessa ignoranza? Volente o nolente - non è questo il punto della questione - facciamo parte di una Comunità d’Impresa. Con essa si stabiliscono ruoli e regole, si assegnano i compiti da svolgere e, infine, si dispongono spazi e arredi per rendere più confortevole l’ambiente che ci circonda. Siamo costretti, ogni giorno, a scacciare la solitudine dalla nostra misera e breve esistenza mortale con un legame d’interdipendenza. Un senso rafforzato del Sé, attraverso la condivisione di un interesse, un insieme di problemi o una passione rispetto a una tematica.
Il fine ultimo di questa, fitta, interazione tra individui della stessa specie discendente da un antenato comune è - infine - quello di costruire un'identità sociale a discapito di quella individuale?  


Agostino Di Bartolomei nasce a Roma l’8 Aprile 1955.
Di mestiere fa il calciatore professionista; “Diba” non è venuto al mondo per fare l’ingegnere, l’idraulico o il muratore e neppure - con tutto il rispetto per la categoria -  un umile ma duttile panettiere. Diba” nella quotidianità, fuori dal rettangolo verde, è un uomo schivo e riservato come tanti altri uomini e donne tra i comuni mortali, estranei al mondo platinato e gossipparo del pallone. Il ragazzo romano a quella testa di cuoio con le cuciture - “Come si permette? Lei non sa chi sono io!” - dà del tu senza inutili convenevoli che tanto si addicono in una società dominante, cinica e bigotta. Dal barone Nils Liedholm è messo, come centrocampista, davanti alla difesa proprio come un faro che sovrasta la tempesta e non vacilla mai ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio. Il ragazzo è un po’ lento ma con il tempo si farà, nonostante egli abbia una scarsa propensione alla corsa e allo scatto ma non al sacrificio che è il pane quotidiano per i suoi denti.  Si racconta che dà i limiti fisici e psichici - per compensazione o semplicemente per istinto di conservazione - gli uomini sviluppino nuove e sorprendenti virtù. “Diba”, infatti, sopperisce alla lentezza con una velocità di pensiero fuori dalla norma che gli consente una perfetta lettura di tutte le fasi di gioco, dalla difesa all’attacco.
Il suo super potere? Elementare Watson! Pensare e agire con sincronia e alla velocità della luce; Diba è sempre un passo avanti ad avversari e compagni di gioco. Vi sembra poco? Chiedetelo per sicurezza ad un “vero” operaio che alla sera - prima di coricarsi dopo un pasto fugace e una doccia calda - di gran lunga preferisce la stanchezza fisica a quella mentale, quest’ultima decisamente più impegnativa della prima.  In 308 presenze con la casacca giallorossa -  di cui 146 con la fascia da capitano sul braccio - Diba segna ben 66 marcature grazie a un tiro potente sia da fuori aria che su calcio di punizione. Intelligenza alla mercé della potenza; quest’ultima una virtù di necessità utilizzata da rigorista nella squadra giallorossa. Nella Stagione 1982/1983, Diba costituisce con Ancelotti, Prohaska, e Falcão un centrocampo stellare - dotato di piedi buoni - con il quale sarà difficile perdere palloni e quindi faticoso per gli altri recuperarne, così come dichiarato dallo stesso Nils Liedholm. La stagione 1982/1983 si conclude con la conquista del secondo scudetto della storia giallorossa. Tancredi, Nela, Vierchowod, Ancelotti, Falcao, Maldera, Conti, Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei e Iorio costituiscono la formazione titolare della Roma tricolore.   

Dopo il 1983 - all’apice del successo -  Di Bartolomei resterà per sempre nella storia del calcio italiano e di quella giallorossa: “Da centrocampista ebbe una seconda carriera come difensore; Un destino che tocca solo a giocatori di costruzione, con un grande senso del gioco collettivo. Come Beckenbauer, come Scirea che mi viene automatico accostare ad Agostino per i silenzi e per la stessa visione di un calcio semplice, pulito (cit. Gianni Mura)”.

Nel 1990 - dopo 547 presenze e 108 marcature - Di Bartolomei si ritira dal calcio giocato.
Quattro anni dopo, la mattina del 30 Maggio 1994 fu rinvenuto - nei pressi della sua abitazione, a Castellabate - il corpo, senza vita, dell’ex capitano nonché bandiera, gloriosa, giallorossa.

All’epoca avevo 17 anni, quando scrissi le seguenti righe:
“Il mio nome è Agostino, ai tempi sono stato un calciatore famoso della Roma. Al contrario, oggi, sono un uomo comune come tanti - solo e pensieroso - seduto su una fredda panchina di un triste giardino comunale. Gli occhi sono fissi nel vuoto di un buio, oggi così pesto. Ora in piedi e i passi stanchi si dirigono per le vie deserte. In una notte calda di maggio mendico domande, ma soltanto il cielo risponde con accecanti stelle lontane come i sogni. I pensieri veloci si susseguono incontrollati e, per pochi minuti, l’intelletto cede, persino, alla pazzia. Ora i passi si fanno sempre più pesanti, il respiro è affannoso, le mani sudate e gli occhi tra i piedi; Sono a casa, i muri bianchi mi vedono: ho tanta paura! La pazzia si fa gioco dell’ultimo barlume di ragione? Riprendo coscienza di me stesso e dal cassetto spunta una Smith & Wesson 38 Special. Oggi è un nuovo giorno! Le prime luci dell’alba filtrano da una persiana socchiusa del mio appartamento. La Smith & Wesson è alla testa, il dito grida vita sul grilletto ma ​​​​mi sento chiuso in un buco.  La ragione cede, per sempre, alla disperazione. E’ solo un attimo! E un freddo proiettile mi trapassa da tempia a tempia".

Fa più paura “la folla” con le spietate regole sociali dominanti o la solitudine stessa?
Elementare Watson! Pensare e agire con sincronia e alla velocità della luce; Diba è sempre un passo avanti ad avversari e compagni di gioco.
A voi, Vi sembra poco?

 

Arsenico17