La costruzione di un amore

spezza le vene delle mani

mescola il sangue col sudore

se te ne rimane

(cit. Ivano Fossati)

 

Solo alcuni ricordi, velocemente raccolti e disordinatamente esposti.

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A Milano...

Quella incontrata in un giorno del '69. Afoso. Soffocante. Con un cielo di piombo ad aspettare fuori da una stazione grigia di fumo. Non ci siamo capiti né ci siamo voluti, così all'improvviso. Quasi un matrimonio combinato dal destino, per interesse. Ci siamo guardati con diffidenza e solo la vitalità di quei quindici anni che andavano a chiudersi mi impediva di dirmi impaurito dalle mie stesse scelte. La prima notte, con il caldo notturno appiccicoso di un sottotetto in una casa di ringhiera e con la finestra che dava su una stazione dove, appunto, stazionavano nella notte i treni merci, con carichi di bestiame che venivano da chissà dove e andavano chissà dove, probabilmente a morire. E il sudore mio e i loro lamenti si mischiavano in un disagio insonne. Poi, ti abitui e la stanchezza della fatica diurna ti fa da sedativo. Una branda da tirar su la mattina.
Un lavoro, trovato nella parte opposta della lunga via, fatto di lamiere limate a un ritmo inarrestabile per l'occhio tiranno del padrone. Di ore interminabili da contare per sommarne dieci, esclusa quella per il  pasto. Il sabato, per fortuna solo otto. La sera in quella casa babele, di dialetti di noi stranieri italiani, dove si creavano simpatie, per me un po' sempre difficili, per il mio carattere, e complicità di sapori e profumi comuni, a cert'ora.

Quella di una casa a cui accedevi da un altissimo portone di legno, rugoso e un po' consumato, da cui sul lato destro si apriva un ritaglio di porta a misura umana. L'ombra, mantenuta costante, ti accoglieva con una lieta frescura, non appena abbandonavi il sole che ti inseguiva per strada. Rallentavi il passo, volutamente, allora, attardandoti un attimo a goderne rubando secondi alla sera incombente. Vi era una portineria anche lì, alla base della scala. Come ovunque a Milano, la portinaia, un'istituzione. Un sergente di ferro. Una vecchia signora, per la mia età di allora, che ti aiutava nelle incombenze diurne, quando eri al lavoro e ritirava la posta, consegnandola a mano. Il marito, interista, ogni tanto scambiava commenti e qualche ricordo di partite giocate a San Siro, vicino eppure così lontano, per quei primi tempi. Ancora mitico e inarrivabile.

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A Milano...

Quella dove l'Isola, il quartiere popolare, delle tante case di ringhiera si è inventato elegante e un po' snob, nei locali alla moda e nel ridisegno di spazi. Con il Bosco Verticale, con il grattacielo più alto d'Italia e un piccolo parco, o un grande giardino, a seconda dell'occhio che guarda. Stazioni del metrò tutt'intorno. Grandi supermercati e piccoli supermercati, tutti possibilmente asettici nel creare rapporti, legami, vincoli, che non siano quelli delle carte di fidelizzazione. Adesso sarebbe quasi impossibile farne senza.

Una volta era tutto un sporgere per strada bancali di frutta e altra merce. Drogherie, fruttivendoli e botteghe artigiane, dove mestieri non ancora sviliti, orgogliosi di sé, creavano e riparavano, parlavano e comunicavano.
All'angolo un bar dove, carico di gettoni del telefono e delle pagine con gli annunci di lavoro, segnati da un tratto di penna, chiedevi speranze migliori a voci sconosciute.
All'inizio della strada, uno slargo in terra battuta. Un grande cassone metallico raccoglieva i rifiuti pesanti, come mobili e altri suppellettili meno impegnativi, perfino, rari, elettrodomestici. Se non venivano gettati all'interno, voleva dire che erano ancora adatti ad essere utilizzati e venivano raccolti. Qualcuno si era potuto permettere degli oggetti nuovi per casa e lasciava i suoi, ripuliti, alle esigenze degli altri. Adesso, quel tipo di solidarietà può sembrare un po' stracciona ma allora, invece, era vitale. Tutto ciò che poteva servire, o reso utilizzabile, veniva recuperato.

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A Milano...

Quella delle innumerevoli bancarelle di libri usati, di fumetti e riviste. Ve n'erano ovunque e lettori squattrinati, al cui club mi ero prontamente iscritto, potevano trovare di che alleviare la fame di parole e immagini, ad un prezzo contenuto. Era stato questo, probabilmente, al primo giro del quartiere, a dirmi che ci saremmo capiti più in fretta di quanto pensassi e a creare un primo legame affettivo. Poi, in giro a trovarne di nuove e a passarci l'un l'altro informazioni su quelle non note. Anche quando, adulto, passavo ore e ore a rovistare nelle librerie, per farmi tentare e incuriosire, o catturare da qualche pagina scritta in modo tale che a me risultasse tanto seducente da non poter far altro che portarmi a casa l'intero contenitore di parole, le bancarelle sono rimaste incredibilmente affascinanti, con la loro potenzialità di scoperte o di ritrovare letture perdute.

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A Milano...

Quella delle grandi fabbriche della Milano industriale. Quella delle tute e dei camici con i marchi riconoscibili. Quella dei tantissimi artigiani, con tute e camici anonimi, che vivevano nei confini dei grandi cortili. Quella che mi ha dato un senso di appartenenza, di classe. Quella che faceva del lavoro davvero un punto istituzionale su cui fondare la società. Quella delle grandi conquiste sociali collettive. Quelle delle masse composte da tanti individui che si confrontavano incessantemente, che si scontravano e che trovavano vie comuni. Quella che ha resistito agli anni difficili della violenza che voleva contrastarne la forza e lo ha fatto con fermezza, fantasia e socialità.

Per un certo periodo quella "da bere", diventata, nel frattempo, quella dei locali che hanno preso il posto delle vecchie trattorie. Degli apericena ovunque si può. Con la leggerezza della solitudine affollata e delle radici leggere, per lo più. Per la fretta che ci supera ovunque e che devi rincorrere sempre. Dell'alta finanza e della Borsa da seguire nei saliscendi da studiare e prevedere, finché ti frega qualcuno che riscrive per sé le regole che preferisce.

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A Milano...

Quella dei campetti di periferia, dove ci si spostava a giocare le nostre partitelle con gente nuova e per il piacere di rincorrere la gioia, quasi sicuri di afferrarla, dimenticando altre fatiche e quella della prima partita da tifoso a San Siro con l'emozione di vedere giocare dal vivo gli idoli di quel mio tempo. Mariolino Corso e il suo personale modo di stare in campo e le sue improvvise giocate, il mio idolo pallonaro assoluto di quei tempi. Non avrei fatto in tempo a vedere davanti ai miei occhi, per motivi differenti, pure se come avversari, né Omar Sivori né Gigi Meroni, gli altri due "poeti" del mio calcio.

Quella dei tram che costeggiavano i Navigli di allora, riempiendoti gli occhi di immagini non edulcorate ancora dal lifting del futuro, grezze e immediate, come il tuo quartiere, dove incontravi gli amici e con poche migliaia di lire passavi una serata con birra, vino, chitarre, rivoluzioni culturali, in locali fumosi e pieni di voci a sovrapporsi per aggiungere idee che forse mai avrebbero preso vita ma che era bello immaginare realizzate.
E quella dei tram che scivolavano nello smog verso Brera, a carpire un po' di jazz dal vivo in locali dove una consumazione costava una settimana di paga e a svicolare fuori prima di venirne cacciati, improbabili avventori in jeans e maglioni, occupati a rubare un po' di musica colta e poi a girare per strade notturne a incontrare altre ombre vaganti.

Quella con più cinema in ogni quartiere. Con le prime visioni da vedere dopo mesi, o nelle occasioni speciali, mentre nel frattempo ti riempivi di immagini e storie di ogni genere al sabato o alla domenica, con visioni minori, con le code sul marciapiede, in maniche corte o con gli ombrelli aperti, al freddo, sotto le luci fioche dei lampioni, personaggi anche noi di un film che ha già esibito i suoi titoli di coda, prima di rinchiuderci in casa con i nostri televisori con sempre più pollici... Quella che ti ha insegnato cos'è il freddo e la vera neve, ridicolizzato ad una fermata di un autobus che non arrivava, coperto da un nulla usato nel freddo siciliano di allora, l'unico conosciuto... Quella che ti faceva innamorare o che ti ricuciva i sentimenti. Quella degli appuntamenti e delle fughe. 

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A Milano...

Quella della resistenza, di cui ha ancora ricordi in ogni strada e in ogni 25 Aprile, che non ho conosciuto che dopo, dalle voci di chi c'era, e quella di ogni 12 dicembre in cui brucia d'inganno e giustizia violata, fiera e rabbiosa. Quella di oggi e di questo dolore sconosciuto che svuota le strade e prosciuga le speranze, magari per sempre se non avesse mille e mille racconti a narrare che non è possibile arrendersi, perché non lo sa fare.

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A Milano, a cui sono costretto a non stare vicino, proprio adesso, vorrei ricordare un "ti amo".

 

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Gianni Mura

Mi ha colto vigliaccamente di sorpresa la notizia della sua morte. Avrei voluto scrivere di lui ma è apparso, spontaneo e improvviso, il bell'articolo di soulkitchen "Ciao Gianni, ti sia lieve la terra...", che, ovviamente, invito a leggere a chi fosse transitato da queste mie parti e non l'avesse ancora fatto. Qua riporto solo il mio commento posto sotto il suo articolo, giusto un tentativo consolatorio per me stesso e soulkitchen nel ricordarlo:

Era uno dei non molti per cui aspettare parole. Un po' come facevo con il suo "papà" professionale. In "sette giorni di cattivi pensieri", e nell'ironia dei voti assegnati, non restava ristretto nell'ambito dello sport e questo mi piaceva: non c'era un filo spinato a separare la settimana della società, con i suoi piccoli e grandi personaggi, a volte eroici a volte ridicoli. Ho appreso la notizia e mi ha colto di sorpresa perché, come i tuoi scrittori preferiti, pensi che non se ne andranno mai, lasciandoti senza i loro pensieri. Era uno dei non molti per cui aspettare parole e fa male parlarne al passato.

 






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