L'immagine di Astori continua il suo viaggio per gli stadi. Dallo schermo gigante, sorride ai tifosi che, immancabilmente, hanno preparato striscioni con frasi commoventi. Tutti ad applaudire e le frange organizzate fanno partire i cori: "Uno di noi, Davide uno di noi".

La partita va avanti ma tutti si sentono più buoni per aver fatto una buona azione, provando buoni sentimenti, ricordando una persona buona. Poi, pur circondato da tanta bontà, Daniele Atzori ha un grave malore e muore.
La gente vede l'intervento dei soccorritori e capisce: "qualcuno sta male"... e, mentre quasi tutti sperano il meglio, alcuni altri (quelli del "Davide uno di noi") vedono l'occasione per una dimostrazione di sé, del proprio eroismo, del disprezzo per chi non fa parte della falange. Con un coraggio fuori dal comune sfidano gli agguerriti papà, le donne e i bambini, i familiari di Daniele e, finalmente, si sentono liberi e vivi mentre quello muore come Davide Astori.

Non c'è niente di nuovo. La morte tragica e improvvisa di un calciatore trasformata in programma educativo (e messa in atto attraverso un bombardamento mediatico) finisce col rivelarsi ipocrita improvvisazione da parte di chi ha il potere per intervenire. Già, perchè un programma educativo richiede un minimo di coerenza: se attribuisco valori positivi al ricordo di Astori non mi esprimo in favore della commemorazione di Belardinelli (penso che chi frequenta VxL sappia chi era).
Non per mancanza di pietà ma perchè è necessario compiere e render chiara una scelta: lo stadio, il calcio, lo sport in generale, appartengono a tutti, come l'aria e come l'acqua. Chi pensa di avere diritti speciali e li esercita con la violenza e con il branco deve essere fermato. Chi vuole trascorrere una tranquilla giornata di sport o di svago deve essere tutelato.

E, per favore, smettiamola di usare Davide Astori per nascondere la mancanza di volontà di fare delle scelte. Smettiamola di proteggere i dileggiatori della tragedia di Daniele Atzori. Almeno per i suoi familiari, che li udiranno per sempre nelle proprie orecchie.