Nel mondo dello sport, così come da ogni dove, giunge un “grido di dolore” per le finanze insufficienti dovute alle chiusure per COVID, così come viene dal mondo dello spettacolo e da tanti settori ancora. Per il calcio si parla di nuovi investimenti per altre strutture, che consentano enormi introiti alle squadre di serie A, tali da colmare le perdite da pandemia, permettersi acquisti milionari di campioni europei e far fronte alle ricche percentuali dei procuratori e agli ingaggi faraonici dei giocatori. In sostanza si richiede di tornare sui binari precedenti al Covid, consentendo al calcio di divorare capitali che, in questo momento, sono necessari al Paese in altri campi, con l’interesse privato al “Panem et circenses” senza pensare troppo al “panem” (che ai tempi dei Romani era gratuito).

Con la quarta ondata del Covid, sembra che le uniche difese possano essere quelle adottate dalla prima ondata, cioè block out, locali pubblici chiusi, stadi deserti. Dunque il riflusso della favola dorata per il calcio, dovrebbe essere quanto meno rimandato. Sarebbe auspicabile che, se ce ne sarà il tempo, in presenza di temi più urgenti, si ripensi e si riorganizzi meglio questa favola, nell’ambito di un’ampia visione del mondo futuro almeno a livello europeo.

Poiché i costi del calcio sono elevatissimi ed esiste un forte divario tra le società cosiddette minori e quelle di livello internazionale, sarebbe necessario riequilibrare il sistema. Per esempio si potrebbe calmierare tutto l’apparato mettendo dei tetti agli ingaggi ed ai procuratori, nonché ponendo un limite agli accessori degli stadi, ma facendo in modo che tutte le società possano averli in egual misura. Cioè anziché dare sempre più risorse economiche alle ricche società, ridistribuirle in misura minore a tutti. Se poi una società vuole autofinanziarsi, faccia pure. In questo caso, avendo meno stanziamenti, meno diritti televisivi etc, crescerebbero le scuole calcio, fucine di campioni se ben curate, a loro volta fonte di reddito da non limitare per le società anche piccole; sarebbero inoltre convenienti le ristrutturazioni degli stadi esistenti e una loro revisione strutturale, ottenendo notevoli risparmi, questo in linea con la UEFA che ne parlerà con l’Unione Europea, che non sembra convinta di un tetto agli stipendi. Si pensa allora a una luxury tax: comprando un giocatore si versa una percentuale da distribuire all’intero sistema. Oppure l’obbligo di pareggio tra entrate e uscite. Opzioni sul tavolo, con l’obiettivo di approvare il nuovo regolamento entro fine anno e iniziare dalla stagione 2022/2023 (fonte la Gazzetta dello Sport 21/03/2021).

Il “Decreto salva stadi” è stato concepito appositamente: ristrutturiamo, non demoliamo per costruire il nuovo. La proposta non consiste nel non fare nulla ma di operare nel rispetto delle opere storiche (inclusi gli stadi) salvaguardandone le parti artistiche e riconvertendo il resto per altri scopi affini al calcio, o anche diversi.
Quanto sopra è l’antitesi della “battuta” del Sindaco di Milano sul Meazza “Chi vuole che lo stadio vecchio non sia abbattuto, se lo compri”. In alternativa si può pensare a ristrutturarlo come prevede la normativa italiana e non fare danni al patrimonio aristico, né squilibri o sperequazioni, per restituirlo al suo uso originario, oppure, come dice il Sindaco Sala, trovarne un’altra destinazione ed il Comune di Milano lo potrà vendere agli organizzatori. Ho sentito dire che qualcuno pensa a uno stadio per la lirica tipo Verona….

Certamente la proposta è utopistica, ma provocatoria. Certo è che la nostra società ha bisogno di fondi da impiegare in cose piu urgenti ed indispensabili piuttosto che finanziare il gioco del calcio. E se qualcuno lo considera un’industria, se ha mezzi propri, proceda come imprenditore, ma non con finanziamenti pubblici o grosse deroghe sul fair play finanziario che sembra non funzioni.

I grandi mecenati stranieri che pretenderebbero di spendere i loro soldi in Italia a loro piacere, dovrebbero rendersi conto che nel nostro Paese si costruisce legalmente secondo i vigenti strumenti urbanistici: i PRG (Piani Regolatori Generali) ed altri strumenti che vanno rispettati. Dovrebbero considerare che l’Iitalia è il Paese dell’Arte e che certi beni artistici sono sotto tutela delle Belle Arti, anche se, col Decreto Salva stadi, alle Sovraintendenze delle Belle Arti è rimasto ben poco da tutelare, sebbene sulla carta mantengano il ruolo principale (ma non l’organico per svolgerlo). Se i miliardari stranieri vogliono investire in Italia, sono tenuti a rispettare le regole vigenti.
Facendo in modo di limitare le spese del mondo del calcio, limitandone gli introiti, si eviterebbero fallimenti di piccole società, il divario tra società ricche e povere dovrebbe ridursi e i campionati diventerebbero più combattuti, gli atleti italiani più curati diventerebbero più forti e soprattutto si potrebbe disporre di un gettito di denaro pubblico o privato ottenuto dal risparmio di queste enormi spese la cui necessità è ormai superata dalla realtà dei fatti.

Qual è la realtà dei fatti? In concomitanza con il Covid, un mondo del lavoro disastrato, come quello del settore cultura, un livello di manutenzione delle opere pubbliche scarsissimo, come evidenziato dal Ponte di Genova, la Sanità da anni defraudata delle proprie competenze, gli edifici scolastici spesso in degrado.
Si è detto che dal mondo del calcio si potrebbero risparmiare dei capitali, dunque si disporrebbe di risorse utili a dare lavoro agli addetti allo spettacolo, che potrebbero insegnare arte in piccole aule, piuttosto che in teatri grandi, con minori rischi di Covid. Si potrebbe ristrutturare opere d’arte, palazzi, quartieri degradati; svolgere operazioni culturali, creare cultura e infine far elevare l’istruzione degli Italiani. Le Risorse ottenute dal calcio (che per tanti anni ha avuto dallo Stato) non sarebbero sufficienti a tutto, ma aiuterebbero alquanto.
Potremmo occuparci dei ghiacciai che si sciolgono, ed ad altro appartenente alla “res publica”, mentre ci stiamo comportando come si comportarono i nostri Avi a Bisanzio, con i barbari alle porte, barbari che oggi spesso fanno parte delle nostre società. Anche noi ci stiamo impegnando al massimo per discutere di problemi secondari fino al giorno prima di essere invasi.
Molti avranno visto quella scena di quell’orso Polare che attacca e mangia una renna, perché ha fame. Chi ha visto questo orribile spettacolo di alterazione della catena alimentare naturale, può aver intuito quale potrebbe essere il nostro futuro se continueremo ad usare le nostre risorse per il maggior profitto: finiremmo con l’esaurire le risorse comuni e scoppierebbero probabilmente conflitti tra Nazioni (già si vedono rigurgiti di nazionalismo in Europa e altrove).

Per capire quali aberranti ragionamenti nell’interesse privato stiamo studiando per una nuova raffigurazione del mondo, è bene discutere su questo argomento per incentivare una presa di coscienza su chi pensa di coprire le voragini finanziarie delle principali società di calcio Europee con finanze utili a consentire la costruzione di nuovi stadi e relativi servizi sperperando risorse e inquinando con cementificazione e creazione di enormi rifiuti (i vecchi stadi) pieni di amianto. Le nostre città sono già in gran parte costruite sulle macerie. Se di colpo qualcuno spacca tutto, per anni vivremo nei cantieri. Certo, demolire San Siro è una goccia rispetto ai problemi del mondo, ma non lo sarebbe per il traffico e il clima di Milano, le polveri sottili e poi: un mare non è fatto di tante gocce?

Si rifletta più a fondo: si è detto i nostri nuovi stadi sarebbero un inquinamento minimo, su scala globale, ma massiccio su scala locale. Pensiamo ai problemi del traffico (a Torino dopo il metrò, la banda larga, anche un nuovo stadio? In pieno centro cittadino – quartiere S,Rita?), al disagio della gente, alle polveri, alle morti bianche. E per quale motivo? Perché qualcuno si possa divertire guardando la partita allo stadio mentre cena, e dopo la partita possa andare a fare la spesa? O a fare shopping di gadget col marchio della squadra? Così si riempiono le tasche alle Società di Calcio ricche, proprietarie dei ristoranti, dei supermercati, dei negozi di gadget, che hanno edificato su terreni demaniali venduti a prezzo politico con il finanziamento del Credito Sportivo e di altri Crediti Agevolati. Le società piccole, invece, rimarranno tali, perchè per loro non ci saranno terreni a prezzo politico e finanziamenti agevolati. In questo modo Potrebbero nascere un campionato maggiore e tanti minori, con impossibilità di travaso dall’uno all’altro sistema. Se ogni zona si inquinerà con il suo cantiere per demolire e ricostruire, o anche per un motivo diverso, avremmo un incremento di inquinamento diffuso globalmente a macchia di leopardo, cosa poco piacevole.

Prendiamo ad esempio il Qatar, sede dei prossimi Campionati di Calcio. Per l’unico scopo di dare visibilità ad un Paese ricchissimo, si disputeranno i Campionati mondiali di Calcio in inverno stravolgendo i campionati di tutto il mondo, Inoltre stanno ultimando 8 stadi in 5 città diverse, stadi nel deserto, altamente tecnologici, dotati, si legge, di aria condizionata (pensate al dispendio enorme di energia derivata dal petrolio e quindi non rinnovabile!) Questi impianti sportivi saranno agibili circa un mese l’anno, per evidenti ragioni climatiche. Sarebbe interessante sapere, ammesso che la spesa sia in pareggio, questo è un problema del Qatar, che fine faranno gli stadi dopo i Campionati, chi ci giocherà? Forse chi ha usato i trampolini di Pragelato del 2006 (ora sembra finalmente stiano andando in parziale riutilizzo) o chi ha usato la pista da bob sempre 2006, autentica cicatrice attorno a Sauze d’Oulx (Negando fra l’altro il loro riutilizzo per le prossime Olimpiadi di Milano e Cortina d’ Ampezzo insieme al Palazzo Vela e l’Oval per la lungimiranza di un sindaco donna o sindaca che dir si voglia). Analogamente dicasi per i palazzi di Nervi di Italia 61, ormai scarsamente utilizzati, perché qualcuno ha ristrutturato una fabbrica in Lingotto Fiere (con i palazzi di Italia 1961, che bisogno c’era?). Dunque il costo di queste opere in Qatar, costruite per l’utilizzo in un mese circa, non costituiscono uno sperpero oltre che una scomodità per tutti i praticanti, a vantaggio di un’unica nazione ricchissima al mondo? Teniamo conto che in un’economia globale, ciò che succede in un angolo del mondo si ripercuote su tutti (per esempio con l’aumento del prezzo del petrolio).

Questo è il nostro attuale modello di sviluppo delle opere pubbliche con cui qualcuno si arricchisce e “l’interesse comune” è dato non dall’ utilizzo delle opere, ma dalle tasse e gli aumenti del costo della vita che ogni cittadino deve pagare o la riduzione dei servizi che deve subire per finanziare tali opere. Opere pubbliche che dovrebbero dare del lavoro dignitoso e utile alla comunità. Sappiamo di avere autostrade e ferrovie da ammodernare e manutenere periodicamente.  Sappiamo che le reti fognarie sono insufficienti per le precipitazioni attuali. Lo stesso dicasi per le scuole, che non si ammodernano certo con i banchi a rotelle, ma evitando le tragedie del Darwin a Rivoli. Ci sono le seggiovie da controllare a tappeto, dopo il Mottarone. Ci sono tutti gli Enti pubblici di controllo, le Forze dell’Ordine e i VVF sott’organico, i vaccini per l’Africa da acquistare, gli incentivi per l’India affinché abbassi la produzione del CO2. Ecco l’interesse comune dov’è, per fare qualche esempio, non in magnifici e bellissimi nuovi stadi col “muro del tifo”, demolendo gli stadi storici,

Per la prima volta nella storia del nostro paese risorse straordinarie (Recovery Fund e risparmio su tutte le opere faraoniche, incluso il calcio) sono a nostra disposizione.

Allora si può lecitamente pensare di essere di fronte a uno scambio ferroviario dove un ramo porta ad un binario morto, con sperperi e senza prospettive, mentre l’altro porta ad un percorso difficile, ma verso un Rinascimento, verso una primavera delle arti e della qualità della vita. Sta a noi scegliere.