Non ho visto Inter-Juventus. A questo punto della stagione questo tipo di partite conta meno di un torneo di bocce over 75. Di conseguenza non ho assistito direttamente alla “lite” tra Massimiliano Allegri e Gabriele Adani nel post gara, ma da quello che ho potuto capire leggendo e rivedendo quanto accaduto, il pomo della discordia è stato il tema del bel gioco, o meglio, la ricerca della vittoria attraverso la grande prestazione. Allegri è così, è un pratico, come da lui stesso ammesso. L’unica cosa che gli interessa è la vittoria, i 3 punti, il trofeo finale. E basta. Non importa come, l’unica cosa che conta è vincere, come recita il motto del suo club. Poco male se ci si arriva attraverso prestazioni non esaltanti che manco nel campionato nordcoreano sono in grado di offrire: al termine dei novanta minuti o di una stagione vuole risultare vincitore. Un modo di intendere il calcio di tutto rispetto: questo è la sua filosofia, che può piacere o meno. Si potrebbe quasi definire “allegrismo”: un calcio pragmatico votato solo ed esclusivamente alla vittoria.

Quello che però non è condivisibile, è la sua idea secondo la quale la pratica del bel gioco esclude automaticamente il raggiungimento della vittoria. Qui Max si sbaglia di grosso

Di esempi di squadre capaci di coniugare entrambi i concetti ce ne sono eccome. Su tutte il Barcellona, che da circa 15 anni vince e offre spettacolo (e gli occhi ringraziano). Anzi, senza il suo “tiki taka” non sarebbe nemmeno in grado di ottenere successi. C’è poi il Manchester City di Pep Guardiola, che proprio a Barcellona ha cominciato a mostrare come con il “guardiolismo” fosse possibile conquistare trofei giocando divinamente. E seppure i Citizen in Europa non sono andati al di là dei quarti di finale di Champions League, in Premier sono vicini a vincere il secondo campionato di seguito. E il Liverpool? Per caso Klopp è uno che non fa giocare bene le sue squadre? Eppure i Reds sono arrivati in finale di Champions lo scorso anno, Mentre ora sono in semifinale e lottano punto a punto in Premier contro il City. Come dimenticare poi l’Ajax: gli olandesi sono stati capaci di sorprendere tutti con un calcio intriso di spettacolo che ha mietuto vittime come il Real Madrid e, appunto la Juventus.

Ma non è da qui che nasce il nervosismo di Allegri: la sua stizza non è dovuta all’eliminazione dalla Champions per mano dei lancieri, non è causata dalla sconfitta contro una squadra che ha vinto attraverso il bel gioco smontando dunque la sua teoria. Il suo nervosismo ha origine da lontano, da quando in Serie A si è assistito a una mezza rivoluzione, quando un certo Maurizio Sarri è andato vicino alla vittoria di uno scudetto offrendo un’idea di calcio completamente opposta a quella di Allegri. E mentre mister 6 scudetti accumulava successi su successi, l’intera Italia calcistica esaltava e acclamava il “sarrismo”, rimanendo estasiati da una squadra, il Napoli, che regalava uno spettacolo a cui non eravamo abituati. Lui, Max, vinceva, ma le attenzioni erano tutte per Maurizio e il suo gioco, capace quasi di spodestare dal trono dello scudetto la Juventus, se non fosse stato per quell’episodio alquanto discutibile accaduto proprio in quell’Inter-Juventus di un anno fa, quando Orsato decise di applicare pesi e misure diversi. Da allora per Allegri non è bastato più vincere, tutti vogliono di più. E mentre lui resta convinto che sia sufficiente aggiungere l’ennesimo scudetto nella sua bacheca personale per essere acclamati, c'è chi gli fa notare che questo non è abbastanza, c’è chi gli chiede il bel gioco, sottolineando che senza la Juventus farà sempre fatica a imporsi anche in Europa. Vincere e non essere apprezzati: la dura vita di Max.