In Italia falliscono in media otto società all’anno. Come ultimi esempi a testimonianza di una statistica di cui proprio non possiamo vantarci, ci sono Palermo, Foggia, Parma, Siena, Bari, Cesena e Latina, anche se la lista sarebbe ancora molto lunga. Invece di trovare una soluzione a un problema che sta diventando davvero enorme, ai piani alti le priorità sono ben altre, come ad esempio “esportare la Serie A” nel mondo.

Guarda mamma, come gli americani

Negli ultimi giorni, hanno fatto discutere le parole dell’amministratore delegato di Serie A Luigi De Siervo, che ha rilasciato alla stampa nazionale, le seguenti parole: “ci stiamo impegnando per far si che una delle nostre più grandi priorità venga realizzata: esportare almeno un match della Serie A, nel mondo. Siamo sicuri che già dal 2021, ciò sarà fattibile”. Ovviamente non ha specificato se con 2021 intendesse o meno già dalla prossima stagione (opzione difficile), ma sicuramente non è questo il problema. Perchè ci stanno uccidendo il calcio, e si permettono anche di darci la colpa. Quante volte infatti negli ultimi anni ci siamo sentiti ripetere che il male del calcio italiano sono gli ultras, quelli che ad ogni partita si recano allo stadio, con pioggia, vento o sole che sia? Una marea di volte. E quante volte ci siamo sentiti ripetere che lo streaming pirata sta portando il calcio nella fossa? Sempre una marea di volte, eppure, per seguire tutto il campionato siamo obbligati a sottoscrivere due abbonamenti differenti, cosa che non accade da nessun’altra parte. E a volte con servizi davvero scadenti...
Adesso, l’ultima novità di quei cervelloni della Lega Calcio è quella di seguire il modello americano di NBA e NFL, ovvero di “esportare” uno o più match del campionato in paesi stranieri. Quali siano ancora non possiamo saperlo, ma è palese che non si tratterà di Inghilterra, Spagna e Germania: loro non hanno “bisogno di calcio”. Qualcuno ha detto Cina? O Arabia Saudita? Già, la rotta sarà sicuramente quella. I dirigenti a stelle e strisce dei campionati sopra citati mettono in pratica questa idea già da svariati anni, e va detto che in effetti le entrate sono anche di un certo rilievo, ma ci sono alcune piccole e sostanziali differenze da tenere in considerazione: NBA e NFL, oltre a essere due sport completamente diversi dal calcio, sono prodotti di puro intrattenimento. Spiegarlo non è semplice, ma chi guarda o ha guardato in passato almeno una partita di NBA, sa di cosa stiamo parlando.
Partiamo dai tifosi: negli Stati Uniti, tralasciando la MLS, il tifo organizzato non esiste. Se un comunissimo tifoso decide di andare a godersi una partita di pallacanestro, compra il rispettivo biglietto, si gode la partita e il suo relativo intervallo (più avanti spiegheremo il perché), e poi farà ritorno a casa con assoluta tranquillità, contento e divertito. Nessuno perderà la voce per gridare dei cori come accade nelle nostre curve, né tanto meno per offendere arbitro o avversari, e soprattutto, non ci sarà pericolo di abbattersi negli “ultras” avversari. Ah già, l’intervallo. Ecco, forse una delle più grandi differenze è proprio questa: come abbiamo detto prima, quello della NBA – e della NFL anche se in maniera leggermente ridotta – è un business, nato e pensato per intrattenere. Dopo i primi due quarti di gioco da dodici minuti ciascuno, infatti, mentre le squadre rientrano negli spogliatoi, sul parquet c’è chi è pagato per far divertire e intrattenere i tifosi.
E no, non stiamo parlando di mettere della musica tramite gli speaker della struttura come accade nei nostri stadi, bensì di vere e proprie gare a premi tipo “segna un canestro da bendato e ti porti a casa qualcosa come 10.000 dollari”, o estrazioni della lotteria con i numeri dei biglietti venduti. Roba di un altro pianeta. Tipo quando a partita in corso, sulle tribune piovono panini - sì, stiamo pur sempre parlando di americani - paracadutati per i tifosi, che fanno letteralmente di tutto per accaparrarseli. Ecco, il nostro calcio non è decisamente – e per fortuna ci verrebbe da aggiungere – così.

I numeri

Un altro fattore da considerare sono poi i numeri. Se infatti il calcio è lo sport più seguito e praticato al mondo, per il basket e il football americano non è decisamente la stessa cosa. Un amante del calcio ha infatti una marea di “top campionati” da cui “attingere” ogni settimana: c’è la Premier League in Inghilterra, la Bundesliga in Germania, la Liga in Spagna e la Serie A in Italia. Un amante del basket invece, oltre al campionato nazionale, non ha nient’altro da guardare, ed è per questo che la NBA è e sarà per ancora una marea di tempo il campionato di basket più famoso e seguito al mondo. Esiste l’Eurolega e la Basketball Champions League, ma è come confrontare la cioccolata con… vabbè avete capito insomma.
Stesso discorso per il football americano: ogni appassionato di tale sport conosce a memoria le formazioni che compongono la NFL, e i tornei nazionali che ci sono in Europa sono tutt’ora competizioni di nicchia, riservate ai soli – e pochi a dirla tutta – appassionati. E i numeri ci danno un ulteriore prova: basti pensare che sui social (come ad esempio Instagram, quello che al momento va per la maggiore), il profilo ufficiale della Serie A detiene qualcosa come 4,2 milioni di follower, contro i 41,2 di quello della NBA. Non stiamo parlando del doppio, e nemmeno del triplo. Stiamo parlando più del quadruplo. Va un po’ meglio se prendiamo in esame quello della Premier League, che ne ha 32,3 ma il discorso non cambia: se “vendere” al resto del mondo un prodotto bello e confezionato come il basket americano è una mossa che si è rivelata nel corso del tempo vantaggiosa sia economicamente che a livello di immagine, la stessa cosa non possiamo dire per la nostra Serie A. Che poi attenzione, non stiamo dicendo che Arabia Saudita, Cina, o chi che sia non abbia interesse a ospitare qualche partita di Serie A, perché sono paesi disposti a tirar fuori anche bei soldoni pur di avere una piccola parte del nostro giocattolo. È che semplicemente, non saprebbero come giocarci, e la tournèe asiatica dell’Inter nella scorsa estate ne è la prova. Meglio vendergli un Golden State- Los Angeles Lakers, si divertirebbero molto di più; il calcio – quello nostro – non è roba per loro.