Un buongiorno a voi tutti. È la notizia del giorno. La Roma è stata buttata fuori dall’Europa League. Nada que no perché la sconfitta era nell’aria. Da anni a Trigoria c’è polvere di lei. Ai Sedicesimi di Europa League, la Rometta di Pallotta è stata presa letteralmente a schiaffi dal Siviglia dell’ex DS giallorosso Ramón Rodríguez Verdejo, noto come Er pelado de’ Siviglia. BONK! BONK! La squadra giallorossa ha preso due sberle in pieno volto che fanno tanto, ma tanto male. “AI! AI! AI! Papà un mio ex amico mi ha preso a schiaffi. Quante te ne ha date figliolo mio? Due papà in pieno volto. E tu gli hai porto l’altra guancia? No papà perché lui era troppo più forte di me. GRRR, Allora ti meriti altre due sberle. BONK! BONK! Ma perché papà cosa ho fatto di male? SIGH, SIGH, SIGH. Cosi impari a difenderti la prossima volta”.  Sapete l’aspetto sconcertante è proprio questo: Nei novanta minuti di gioco la Roma non ha avuto nessuna capacità di reazione. Nada. Elettroencefalogramma piatto. Nessun segno di vita sulla terra.  Mayday, Mayday qui l’imbarcazione giallorossa, alfa zulu zulu uniform romeo romeo alfa. Chiedo soccorso per papera clamorosa di Pau López. Nostra posizione 37°26′48″N 6°05′00″W Coordinate: 37°26′48″N 6°05′00″W

Sembra una scena da Premio Oscar - magari è la scenografia scritta da un blogger meraviglioso il cui nome termina con diciassette - ma spesso la dura realtà supera la finzione nei film. La formazione capitolina sembrava essere andata in letargo. Toc! Toc! C’è qualcuno in casa? Si ma sono seduto sul cesso. Ok passo più tardi! E mi può andar bene, se non fosse per un piccolissimo dettaglio: siamo in piena Estate. È fa caldo per tutti! Forse i due aspetti (l’Estate e la sconfitta) sono collegati tra di loro? Certamente sì perché altro non mi spiego. Forse i calciatori giallorossi (inconsciamente) non vedevano l’ora di andare in spiaggia. “Papà quando andiamo al mare? Presto figliolo mio, abbi un po' di pazienza. Si ma presto, quanto? Oggi usciamo dalla Coppa e poi ti prometto che ci facciamo un bel mese a Ostia Lido. Sei un grande papà, ti voglio tanto, ma tanto bene! Anche io te ne voglio figlio mio…anche io te ne voglio…

Quante sberle abbiamo preso negli ultimi anni? Troppe. Ormai ho perso il conto.  Una, due, tre o diciassette? In un certo senso ci ho fatto pure il callo. Alla fine diventerò cieco (è la mia paura principale) e non sarà questa volta per puro divertimento. Bei tempi quelli dell’adolescenza quando mi smanettavo come se non ci fosse un domani. C’era solo l’oggi e lo facevo ovunque; Difatti, da poco tempo, avevo comprato una bellissima chitarra classica: Re-Sim-Sol-La. Signore e signore vengo subito al nocciolo della questione, al dunque. Perché forse mi sono dilungato più del dovuto. Ma l’ho fatto in buona fede. Ebbene spesso è inutile fare tanti giri di parole. Anche se per carità di Dio: Chi può dirlo? Nei momenti difficili è sempre costruttivo aprire un dialogo specialmente in un’ottica di miglioramento continuo. Per una crescita sia intellettuale che personale. Soltanto grazie a un’attenta analisi si riesce a fare il punto della situazione. È umano sforzarci di capire chi siamo e da dove veniamo. Ma quando si parla, in questo caso si scrive, della Roma tutto è assolutamente relativo. Per rendervi l’idea vorrei farvi un piccolo esempio attingendo alla mia profonda conoscenza della vita. Un tizio X non si può aspettare che, gettando un sasso Y in uno stagno, esso ritorni indietro per qualche stana legge della fisica. E meglio sapere che Il sasso Y non ritornerà più indietro. A meno che (potrebbe essere fattibile) non ci sia qualcuno appostato come un’anguilla sui fondali dello stagno. Ma lo escludo a priori e a posteriori. Anche se teoricamente tutto potrebbe essere fattibile. Nello stesso tempo, però, non vorrei dare la sensazione di rimangiarmi le mie sacre parole. Dimostrare a chicchessia di essere un’incoerente o peggio ancora un povero mentecatto. Ho sempre sostenuto che: “Le parole pesano come le montagne”. Ma quando ho a che fare con la mia squadra del cuore, tutto nella capoccia mi diventa più nebuloso. Perdo le certezze. Mi sembra di essere disperso tra Gorgonzola e Gessate. Eppure tutti voi mi conoscete come un grande leader. Colui capace di sobillare le folle contro i potenti della terra. Ricordate gli illuminati? Colui capace di far venire crisi d’identità ai migliori sulla piazza di VxL. Giusto o mi sbaglio?

Dopo i novanta minuti di Siviglia-Roma anche le mie sacrali parole servono davvero a molto poco. Nei vostri cuori, ahimè, non sono più in grado di sortire quell’effetto magico al quale tutti voi siete così bene abituati da mesi. Forse qualcuno mi ha fatto un sortilegio. Magari la Redazione stessa. Chi può saperlo.   

A Roma urgono soprattutto i fatti. Non c’è tempo per pettinare Pippo Baudo e nemmeno il tempo per spettinare Trump (Magari potrei farlo con Melania. Chi sa se gli piacciono i chitarristi: Laudato Si!). Perché questa Roma è in crisi sotto tutti i punti di vista. Una profonda crisi d’identità. Per lo scrivente - e voglio ben sperare per tutti i tifosi della lupa - non è stato affatto facile somatizzare il dolore per l’addio di grandi calciatori come Daniele De Rossi e soprattutto Francesco Totti.  Anzi è una ferita ancora aperta. Brucia e fa tanto male. Pensate il dolore è talmente intenso…che spesso essa sanguina di nascosto senza farsi vedere dallo scrivente. Forse essa non mi vuole fare soffrire più di quanto io già stia facendo. In un certo senso la capisco. Lo fa solo per amore. Per il mio bene. È una ferita che farà sicuramente tanta fatica a rimarginarsi, nonostante le cure materne del mio amato mare.

E badate bene: non sono solo frasi fatte queste. Non sono patatine fritte nell’olio bollente. Gnam! Gnam! E tantomeno le mie non sono riflessioni filosofiche alla mercé di tutti. Ma l’assenza di un vero capitano, un romano di Roma, pesa nello spogliatoio giallorosso. Eccome se pesa. In un certo senso la presenza di Francesco Totti si è rafforzata nell’ambiente giallorosso con la sua assenza. Onestamente anche io come il collega e filosofo tifoso giallorosso, speravo de’ mori prima. In questi anni non è stato facile digerire una deromanizzazione furiosa e senza senso. Eppure qualcuno dica a Pallotta e Company che alla Foresta Amazzonica qualche albero almeno ce lo hanno lasciato. È evidente, oggettivo, palese che Pallotta con un colpo di spugna abbia cancellato un glorioso passato. Forse consigliato male. Magari da Baldini? È vero con Totti e De Rossi abbiamo vinto poco. La constatazione è amichevole. Ma almeno ci identificavamo in qualcosa. In quella romanità che po esse gloria e po esse sconfitta.  Ma poco importa perché per i veri romanisti l’unica cosa che conta veramente è sempre e soltanto la Magica. 

Io sono un pugliese, emigrato a Milano, che ama la Roma. Atipico vero? Sono romanista da quando ero poco più che un bambino. Come lo sono diventato? Aprendo semplicemente una bustina dei calciatori Panini. La prima figurina dal piccolo mazzetto è stata appunto quella della Roma. Sono rimasto subito folgorato dai colori di questa maglia. Il giallo come il sole e il rosso come il colore del sangue. Ciò che dona la vita (il sole) con quello che scorre dentro di noi (il sangue). Nato e cresciuto con i poster dei grandi capitani giallorossi in camera da letto. Il mio primo poster? Semplice come bere un bicchier d’acqua in un ruscello incantato alle pendici di una montagna. È stato quello di Giuseppe Giannini detto il Principe. Il mio primo mito giallorosso. Maledetto il giorno che l'ho incontrato. Con Giannini abbiamo vinto poco, un paio di Coppe Italia. Ma la vittoria non mi ha mai affascinato, almeno non più di tanto. Volevo avere semplicemente qualcosa di mio che mi appartenesse veramente. Mi volevo identificare in qualcosa di meraviglioso. Ebbene lo ammetto. Ho tifato per anni una squadra che non ha mai vinto nulla. In condizioni ambientali spesso difficili. A casa tutti interisti. Brutta razza! Mio padre ha provato in tutti i modi possibili a convertirmi alla fede sbagliata. Mi portava a tradimento nei club interisti sottoponendomi al rischio di un possibile linciaggio. E lui, quando lo facevo incavolare (capitava spesso), si sarebbe messo volentieri nella squadra dei linciatori. Ma io ho resistito. Sviluppando un forte senso di sopravvivenza. Potrei vivere in una gabbia di Leoni e mangiare nella stessa mangiatoia delle bestie. A scuola c’erano gli interisti, gli juventini e i milanisti. Quanti sfottò ho subito, spesso tutti contro uno (io). Altro che bullismo. Ah! Ah! Ah! La tua squadra non vince mai. La mia è supercalifragilisticaespiralitosa. Eh sti capperi! Forse per tutto questo sono diventato Arsenico17. Gli juventini, gli interisti e i milanisti c’erano ovunque. Loro si moltiplicavano con l’acqua come i Gremlins. Li trovano persino all’Oratorio (non li dovevano fare entrare) dove giocavo come terzino destro. Per fortuna lì c’erano i preti anche se poi alla fine sono la stessa cosa. Tutti credono in qualcosa che non esiste, il frutto della loro fantasia e della paura per la morte.

Ma l’impero romano è esistito per davvero. Eravamo uno Stato e non soltanto una fede.  E anche se prima o poi tutti gli imperi cadono il mito resta per sempre. E non si può cancellare il mito tantomeno con un colpo di spugna.   

Perché noi siamo leggenda! Noi siamo la Roma. Il giallo è il colore della Vita, il rosso è il colore del sangue che scorre dentro di noi.

E adesso fatemi un favore. Levatevi dai c... perché non siete in grado di rappresentare la mia Roma. Perché per essere romanisti non basta semplicemente credere in qualcosa. Noi siamo lo Stato. Noi siamo leggenda. E voi non siete un cappero…..

 

E adesso andatevene…tutti al mare. Che è meglio.

 

Note dell’autore:

Questo pezzo è nato con l’idea di scrivere sul match di Europa League tra il Siviglia-Roma. Volevo fare una disamina tecnica sulla partita. Magari il primo pagellone di Arsenico17. Volevo dimostrare a tutti le sue competenze calcistiche. Consigliare a Pau López qualche tatuaggio in più. Magari uno sul viso come quello di Salmo. Criticare aspramente l’allenatore portoghese che non ha saputo interpretare la partita da nessun punto di vista. Criticare la Società A.S. Roma per la scelta di non terminare la stagione con il suo miglior difensore, l’inglese Chris Smalling.  Ricordare la fase difensiva a Bruno Peres. Sottolineare a Diawara che al gioco del calcio si gioca con due gambe. Magari ricordandogli le caratteristiche tecniche di centrocampisti come Giannini, Falcao, Ancellotti, Di Bartolomei, Pizarro, etc.   

Poi però, come al solito, tutto è cambiato. Alcune volte faccio fatica a tenere a bada Arsenico17. È troppo irruento e di difficile gestione anche per lo scrivente. Ma ci tengo a lasciare un messaggio a chi mi segue e a chi indirettamente mi vota. E magari, con un pizzico di vanità, a chi ha l’ambizione un giorno di scrivere come lui.

Arsenico17 non è un fabbro e tantomeno un’alchimista della grammatica italiana. Di mestiere non fa né il giornalista né lo scrittore. Però lui pensa che ognuno debba essere libero di essere quello che vuole……! E non parla di vita reale. Dove ognuno purtroppo è vincolato dalle regole sociali. Parla di scrittura. Quella più pura. Quella che nasce nei diari delle scuole medie.  Quelli con il lucchetto. Ricordate?

Quando uno scrive, bene o male non è questo il punto, nel suo piccolo diventa uno piccolo Stato. E uno Stato, prima o poi, può cadere. Ma la sua leggenda resterà per sempre anche se qualcuno vorrebbe con un colpo di spugna cancellarla….

 

Riprendiamoci la Roma e voi riprendetevi il vostro futuro

 

Arsenico17