Se potessi esprimere un desiderio chiederei di volare. Credo che sia una delle cose più invidiate che noi essere umani proviamo nei confronti dei volatili. Sei indipendente da tutto, non ti serve più nulla, forse un compagno o una compagna da viaggio per intavolare delle vere e proprie conversazioni tra le nuvole, ma anche da soli non sarebbe male. Sarebbe la concretezza del detto “avere la testa fra le nuvole”. Il problema, però, sorge se non si è ben attrezzati. Bisogna collaudare le ali, verificare che tutto sia a norma, perché fare un viaggio del genere non solo richiede un’adeguata preparazione, ma anche piani b nel caso alcune cose non dovessero andare per il verso giusto, altrimenti, si andrebbe a rovinare uno dei viaggi più belli e indimenticabili che si potesse fare. E, ahimè, la Lazio, è stata proprio questa: un viaggio meraviglioso che sta sfociando nell’amaro e non nella dolcezza.  

La squadra biancoceleste ha intrapreso un viaggio magico, sorprendente, che ha fatto sognare ogni singolo beniamino, ma anche sportivo in generale aggiungerei. Sembrava che veramente si potesse spegnere – almeno per quest’anno – l’egemonia della Juventus, sempre lì in cima, sempre pronta a guardare le avversarie dall’alto. L’aquila della Lazio che non faceva altro che volare, andando sempre più su, senza perdere un centimetro dalla Vecchia Signora, ma poi, ad un certo punto, il temporale. A marzo vengono sospesi i campionati calcistici a causa del Covid-19. I mesi passavano e andava freddandosi anche quella patina esoterica che si era attorniata ai calciatori. Tutto congelato fino al 3 aprile, per poi diventare un continuo rinvio che ha riaperto le danze solo a giugno.

Questo potrebbe essere il motivo per cui la Lazio è entrata in un buco nero?

Potrebbe essere un motivo, ma non il motivo. Il congelamento mentale, più che fisico, influisce tanto. Rapportato a noi, un po’ come quando giochiamo a calcetto e ci tocca andare in porta e rimaniamo fermi per diverso tempo, aspettando con ansia che il nostro avversario o la nostra squadra, imbuchi la porta per poter uscire dai pali; oppure, se si fanno i cambi, magari tocca restare quei 5-10, anche 15 minuti fuori e, et voilà, freddi fisicamente e mentalmente, ecco che la nostra preparazione scende inesorabilmente. Figuriamoci una squadra che è stata tanto tempo ferma: si allenava a casa, individualmente, niente più scambi di intesa in campo. Nulla. Un vuoto che li ha completamente paralizzati. Ma come ho scritto poc’anzi, questo potrebbe essere un motivo, ma non il motivo, perché ci sono altre squadre e, come abbiamo visto tutti, c’è chi va come un treno, chi è rimasto sullo stesso vagone e chi, come la Lazio, lo ha perso.

Ne perdi una, le perdi tutte

A volte è una legge che funziona. E dico a volte perché non trova terreno fertile con le squadre capaci, quelle che sanno tenere testa ad una competizione, di quelle che sono abituate a vincere. Ora, con questo non voglio dire che la Lazio non sia abituata a vincere, anzi, in questi anni e in quelli precedenti, ci ha sempre dimostrato di essere una squadra valida, tenace, che regala sempre molteplici soddisfazioni. Ma il campionato, che è una competizione costante rispetto alle coppe, continuativa tanto per capirci, non è adatta per tutti. Le coppe, a differenza della massima competizione nazionale, possono riservare delle sorprese e non hanno il sapore di una vittoria scontata. Chiunque può arrivare sino in fondo e senza rendersene nemmeno conto. Prendiamo la Roma: la compagine giallorossa, due anni fa, arrivò in semifinale di Champions, eliminando il Barcellona in una vittoria che veniva data per assurdo anche dai bookmakers. Eppure ci è arrivata; ha perso pochissime partite considerando anche i gironi; era solida. Insomma, arrivata fin lì tutti ci hanno creduto. In quell’anno la Roma è stata una vera e propria sorpresa. Ora, che mi perdoneranno i tifosi biancocelesti per aver parlato della loro eterna rivale, ma è l’elemento che più mi è venuto in mente. Ma se ne possono fare tanti altri. Anche l’Atalanta (non l’ho citata perché la competizione è ancora in corso) nel suo primo anno nella Coppa dei Campioni – dopo aver sfiorato l’eliminazione ai gironi – eccola lì, pronta a giocarsi i quarti contro il PSG. Tutto questo giro per dire che la coppa, qualsiasi essa sia – locale, nazionale, internazionale, ecc. – non è il campionato e, quest’ultimo, richiede una certa costanza. La Lazio, su questo fronte, non è abituata a vincerlo. Dopo vent’anni si è ritrovata in una posizione da far girare la testa, da far venire le vertigini e, per qualche ora, ha provato il brivido di esserne la Regina. Nel momento di difficoltà, però, è andata in frantumi. È bastata la sconfitta contro l’Atalanta (non con l’ultima in classifica, ma con l’Atalanta) per depositare la corona e allontanarsi dal trono. Psicologicamente è stata una sconfitta traumatica, perché gestire la partita con un netto 0-2 per poi essere rimontati e perderla 3-2, non è facile per niente. Ma la Lazio si è sciolta così. Come la neve che comanda il cielo nelle fredde temperature, basta un raggio di sole per scioglierla e lasciarne un dolce ricordo e, difatti, così è stato. È bastata una sconfitta per lasciare traccia di un flebile, dolce e amaro allo stesso tempo, ricordo. Già nelle due partite successive – vinte entrambe per 2-1 – si vedeva una squadra stanca, che arrancava, che non riusciva più a tenere testa all’enorme onda che aveva cavalcato per tutto questo tempo e, nelle gare dopo, è stata completamente travolta. Adesso corre il rischio di annegare e sprofondare in posizioni alte oggettivamente, ma basse considerando il lavoro fatto. Una squadra costante dopo una sconfitta come quella non avrebbe arrancato, ma si sarebbe rimboccata le maniche sfornando una prestazione d’alto valore. Ma invece, le prestazioni contro Fiorentina e Torino, sono state la dimostrazione di un vaso crepato, che non avrebbe avuto nessuna speranza di reggere e che è crollato definitivamente nei giorni successivi.

La magia non dura per sempre

La magia può durare per tanto tempo, forse non per sempre, ma per un lungo tempo si. Ma bisogna essere attrezzati, altrimenti non basta seguire soltanto la scia. Non basta perché si arriverà ad un momento che tutto finisce, tutto sparisce e ne rimarrà solo un vago e recondito ricordo. La Lazio è riuscita a volare per tanto tempo, toccando la parte più alta di quella vetta, per poco tempo, per qualche ora, ma ce l’ha fatta. Un po’ quando noi da bambini ci sforzavamo per toccare un qualcosa in alto e ci sforzavamo giorno dopo giorno, saltando a più non posso, per poi, per ovvi motivi, raggiungerlo. Ma non si può restare in alto per sempre, lo dice anche “il Freddo” nella serie Romanzo Criminale “quando sei arrivato in cima puoi solo scenne”. Il problema è che la compagine di Simone Inzaghi non era pronta per restarci per tutto questo tempo e, prima o poi, sarebbe crollata. Per vincere, per restare nei pianti alti, bisogna comprare; bisogna fare acquisti validi e mirati per avere ricambi all’altezza; bisogna avere riserve che possono garantirti una certa sicurezza; che sia nella fase difensiva; che sia nella fase di centrocampo; che sia in quella offensiva; Acerbi aveva bisogno di un altro leone come lui, pronto per ruggire e incutere timore ai cacciatori che si sarebbero prestati in avanti per aggredirli; Luis Alberto non può scatenare la sua bacchetta magica se la magia finisce, ha bisogno che ci sia qualcun altro che gli conferisce energia; Lazzari aveva bisogno di un altro treno come lui per correre nel binario opposto o per sostituirlo nel momento di un guasto. Insomma, i ricambi servono, sono necessari, non si vince con una squadra sola. Non posso paragonare il tutto alla Juventus, perché ha una società solida dietro, che può permettersi non solo una seconda squadra che è composta da giocatori che potrebbero ricoprire il ruolo da titolari in qualsiasi altro team della Serie A, non solo una squadra che milita nella Serie C e sogna la Serie B, ma anche uno stipendio a Ronaldo da 60 milioni lordi all’anno. Diciamo che la Juventus potrebbe essere l’esempio per eccellenza. Ecco, alla Lazio servivano due o massimo tre acquisti da inserire a gennaio per essere più coperta. Alcuni dei giocatori tesserati dalla società – e qui mi perdoneranno i tifosi se non sono d’accordo con me – non valgono nemmeno di restare in Serie A. Giocano bene perché vivono – ormai vivevano – un momento etereo, in cui ogni componente viene trascinato dall’adrenalina, dalla competizione, ma è un effetto che non è destinato a durare per sempre. E quando si riscende in terra è necessario essere pronti, preparati e freschi, di mente, ma anche di fisico. Al di là del sogno scudetto ormai evaporato la Lazio andrà in Champions, a meno che di un incredibile plot twist, ma insomma, diciamo che andrà in Champions. Partendo da questa constatazione è necessario e qui lo sottolineo, necessario, che si mobiliti a fare acquisti, perché una società che vuole essere vincente si riconosce in questo. Una società che non è vincente, sfrutterà solo il buon vento del momento per poi attenderlo nuovamente.

È fondamentale creare una squadra competitiva, partendo dalle basi che questa fantastica stagione ha posto. Lo scrissi in un articolo precedente, che vedeva la compagine biancoceleste una possibile insidia per il campionato. Stavamo già a metà gennaio, eppure, solo mare piatto, senza nessun acquisto, senza nessun rinforzo, niente di niente. Forse la società – non i giocatori – non ci credevano davvero, un sogno troppo utopistico per poter essere pensato, figuriamoci toccato. Eppure, per una frazione di tempo, la Regina sei riuscita ad esserla.

Cara Lazio, io te l’avevo detto.