Giornata di tempesta in quel di Nanchino, ma non solo: Fabio Capello non è più l’allenatore dello Jiangsu Suning. L’allenatore italiano ha maturato la decisione di interrompere il rapporto con il club cinese degli stessi proprietari dell’Inter chiedendo e ottenendo la risoluzione contrattuale.
È bene specificarlo, infatti, non si tratta di un esonero da parte di Suning. Esonero che avrebbe potuto verificarsi alla fine della scorsa stagione per alcune divergenze maturate sulle strategie di miglioramento della squadra, ma poi, considerato il fatto che il tecnico friulano aveva ereditato una squadra in piena zona retrocessione conducendola a una salvezza relativamente tranquilla e soprattutto il lauto ingaggio percepito, Suning decise di continuare con Capello. Intrapreso quindi l’attuale campionato con un esordio vincente a cui sono seguite due sconfitte consecutive, le divergenze con Suning sono diventate insanabili. Di mezzo c’è stato il mercato cinese che ha portato alle partenze di Trent Sainsbury, sostituito da Paletta, Roger Martinez al Villarreal e Benjamin Moukandjo al Beijing Renhe. Proprio la partenza di quest’ultimo, primo acquisto di Sabatini per lo Jiangsu e prezioso con le sue 8 reti per la salvezza della squadra, ha segnato una frattura tra Capello e la proprietà. Questo perché l’allenatore italiano aveva l’intenzione di schierare la squadra con un tandem offensivo Moukandjo-Boakye (prelevato dallo Stella Rossa), acconsentendo alla partenza di Alex Teixeira per cui Sabatini aveva impostato una cessione al Corinthians.
Infatti, uno tra Teixeira e Moukandjo, vista la permanenza di Ramires, doveva necessariamente essere ceduto per far posto all’ex Sassuolo, Genoa e Atalanta al fine di liberare il quarto slot straniero come da regola in Cina. Ma al momento delle firme la proprietà cinese bloccò tutto, non convinta di lasciar partire il brasiliano prelevato dallo Shakhtar Donetsk per 50 milioni due anni fa con l’intermediazione di Kia Joorabchian. Fu allora che Walter Sabatini, capo dell’area tecnica di Suning, dichiarò, piccato: “Il Corinthians ha lavorato molto, ma i cinesi hanno cambiato idea all’ultimo momento. E questo accade frequentemente”. 
Da quelle parole, quasi di rottura, traspariva una certa insofferenza da parte di Sabatini nel portare avanti operazioni diplomatiche e negoziali poi stroncate in extremis dalla proprietà. Questo era accaduto anche in orbita Inter, quando l’ex DS della Roma aveva impostato insieme ad Ausilio bozze di accordo con gli agenti di Schick ad agosto scorso e con l’agente di Pastore Simonian a gennaio scorso, tentando di imbastire affari che Suning non avallerà mai. Per non parlare del mancato via libera al trasferimento di Ramires dallo Jiangsu all’Inter in prestito fino a fine stagione.

E così, dopo i continui e forzati cambi in corsa delle strategie di mercato (lo stesso Sabatini nella conferenza di presentazione a luglio scorso aveva parlato di Nainggolan, Vidal e Di Maria, prima di ritrovarsi costretto a virare su Vecino e il giovane Karamoh arrivato sul gong del mercato) tra blocchi del governo cinese e il solito Financial Fair Play, e i dietrofront tipici di Suning che già prima di acquisire la maggioranza dell’Inter aveva fatto saltare le operazioni Luiz Adriano e Guarin ormai concluse per lo Jiangsu prima di virare su Ramires e Teixeira portati da Kia, adesso non stupirebbe se anche Walter Sabatini decidesse di fare un passo indietro rispetto al progetto di Suning qualora non gli venisse riconosciuta l’effettiva possibilità di gestirlo in prima persona e con pieni poteri. Walter infatti non è uomo che accetta compromessi: lasciò la Roma a causa dei limitati margini di manovra concessi da Pallotta e la frammentarietà dell’organizzazione di Suning porta a questa direzione. Gli ingranaggi di Suning si sono dimostrati a più riprese farraginosi e pachidermici, tutt’altro che incisivi come imporrebbero i proclami fatti dalla famiglia Zhang a partire dal demenziale slogan “andiamo a comandare”.

Se, dopo l’addio di Mancini che rifiutò il rinnovo di contratto perché non condivideva la strategia dei nuovi proprietari lamentandone la difficoltosa comunicazione, e dopo quello di Capello (che per carità non ha nulla a che vedere con l’Inter ma non nascondiamoci: le antenne dei tifosi nerazzurri sono puntate anche sulle vicende cinesi, quasi per studiare e capire in mano a chi si trovi la propria squadra), anche Sabatini, che aveva in prima persona scelto Capello per lo Jiangsu, decidesse di dimettersi anzitempo rispetto alla scadenza contrattuale del dicembre p.v., sarebbe un altro pessimo segnale di un progetto calcistico Suning iniziato e quasi abbandonato, come se le sue due aziende (Jiangsu e Inter) fossero scivolate in fondo nella lista delle priorità del colosso cinese. E soprattutto sarebbe una perdita notevole per l’Inter, perché Sabatini è un dirigente estremamente competente che a Roma è stato in grado di portare giocatori di livello assoluto, commettendo sì anche errori alla Iturbe, ma se oggi la Roma può vantare 4 qualificazioni consecutive in Champions League disponendo dei vari Alisson, Fazio, Manolas, Nainggolan, Strootman, Dzeko e Perotti, senza dimenticare Salah, Rudiger e Paredes ceduti da Monchi, è merito suo. E francamente sapere che resti il solo Ausilio al comando dell’area tecnica fa rabbrividire: il DS dei 4 anni di mercati sbagliati, della improvvida capacità di comunicazione tra un “rosa difficilmente migliorabile” e l’altro, e dei rinnovi “strategici” di Ranocchia, Nagatomo, Eder e via dicendo, già pronto a svaligiare Udinese e Sassuolo con le poche risorse che avrà a disposizione. Quale progetto vincente si vuole perseguire in questo modo?

E allora Suning, se c’è, batta un colpo. E dia a Sabatini carta bianca. Perché, con 10 partite ancora da giocare da cui passa il futuro nerazzurro con l’obiettivo della qualificazione in Champions, l’addio di Sabatini sarebbe inaccettabile. E aprirebbe scenari apocalittici relativi anche al futuro di Spalletti, che avrà senz’altro le stesse pretese di Walter. Così dev’essere, da professionisti ambiziosi quali sono, che non accettano di scaldare la poltrona senza poter incidere. Suning, dopo due anni di apprendistato piuttosto deludenti, non può più sbagliare: è il momento di dimostrare ambizione, altrimenti cerchi acquirenti credibili per rilevare la quota di maggioranza. Un ennesimo cambio di proprietà sarebbe difficile da metabolizzare, ma, rebus sic stantibus, ce ne faremmo una ragione. Se solo ci fosse un acquirente credibile, appunto. Il mercato questa volta sembra sia stato tempestivamente programmato (De Vrij, Asamoah, Lautaro Martinez) ma non basta. Non può bastare. Perché l'Inter non riesce a portare avanti una continuità dirigenziale degna di questo nome: ogni volta che si presenta il momento di dimostrarsi all'altezza di compiti e parole realizzando un salto di qualità, l'Inter fa un passo indietro. E il fatto che in una fase così cruciale della stagione dell’Inter, decisiva per il suo immediato futuro, si parli di conflitti e malumori dirigenziali destinati a sfociare in una rottura con quello che avrebbe dovuto rappresentare il pilastro della rifondazione nerazzurra, è segno che Suning non è ancora sulla strada giusta. 

Oggi Walter Sabatini, intercettato a Milano, si esprime in questi termini:"Stiamo parlando in un clima di totale serenità. Mi aspetto che l'Inter faccia l'Inter come ha dimostrato nelle ultime partite e che possa giocare bene e vincere le partite che deve vincere. Sarebbe una consolazione per un'esperienza non esaltante in generale. Stiamo discutendo in un clima di totale comprensione reciproca, fatto salvo che l'Inter è l'Inter e sarebbe stato bello costruire una storia un pochino più consistente. Parlo al passato? Non me ne sono reso conto, sono distratto." Parole di addio, che si aggiungono a quelle di (eccessiva) assunzione di responsabilità e malcelata amarezza, di poco più di un mese fa: "Ho una quota rilevante di responsabilità perché ho condiviso, ispirato e incentivato le scelte che sono state fatte a partire da quella dell'allenatore, che rimane il migliore in ogni caso. Presto andrò a Nanchino per rendere conto alla proprietà, ma prima di tutto è al popolo interista che bisogna rendere conto". Tutto vero quindi, le impressioni maturate subito dopo il termine del mercato invernale sono confermate: Sabatini è a un passo dal dimettersi. Con un mercato che, dopo la pur buona programmazione tra parametri zero, va impostato fin da subito per giugno con i Mondiali alle porte, Sabatini evidentemente non ha riscontrato i giusti presupposti per fare le cose in grande e pensa seriamente di chiudere qui.

Non resta che un quesito: Suning, perché? Una risposta, almeno questa volta sarebbe gradita. L'Inter e i suoi tifosi meritano chiarezza, una volta per tutte.