Piedi buoni, senso della posizione, mezzi fisici, tempi di gioco praticamente perfetti. Aveva tutto e nella sua carriera, almeno una volta, ha vinto tutto. Praticamente tutto quello che c’era da vincere, campionati europei a parte. Alessandro Nesta è uno dei massimi esponenti del calcio mondiale di tutti i tempi in un ruolo (libero o difensore centrale che dir si voglia) nel quale l’Italia ha prodotto da sempre eccellenze assolute. Un uomo schivo – quasi segreto -, al quale un pizzico di leadership in più avrebbe donato. In quel caso, sarebbe stato né più né meno che Kaiser Franz Beckenbauer. La storia di un difensore straordinario, forse inarrivabile, e di una carriera pluridecorata con due sole maglie sulle spalle: quella della Lazio e quella del Milan. 42 anni di vita e un’esperienza di calcio ai massimi livelli.

UN ESEMPIO ANCHE PER GLI ANZIANI. Alessandro Nesta nasce a Roma il 19 marzo 1976. Di norma, quando ami il pallone, il pallone ama te. E quello è un sentimento reciproco che nel caso specifico inizia presto. Quando il ragazzino si presenta, accompagnato dal padre, alle varie scuole calcio e poi nelle giovanili della Lazio il talento di base salta agli occhi. Ma salta agli occhi anche un altro dettaglio: piedi ottimi, senza una stabile collocazione in campo. Ci prova in attacco, ma i tempi d’inserimento non sono quelli. Va meglio a centrocampo, perché c’è una valida visione di gioco. Il problema però riguarda la capacità di unire capacità di contrasto e ripartenza nell’azione. Chi lo allena tutti i giorni capisce abbastanza presto che se il ragazzino Nesta viene messo al centro della difesa, la capacità di interdizione si esalta, senza nulla togliere a quella di rilanciare il gioco. Dunque, nel corso degli anni quel giocatore elegante (elegante perfino quando estirpa il pallone dai piedi dell’avversario) si forma al centro della difesa. Alla Lazio si dicono convinti di avere sotto mano un potenziale campione ma la prima squadra temporeggia ad arruolarlo. Nel calcio è fin troppo facile bruciarsi in fretta. Alessandro Nesta è comunque un osservato speciale e il suo atteggiamento piace: è il primo ad arrivare agli allenamenti, l’ultimo ad andare via. Uno da imitare. Forse può migliorare la sua capacità di dialogo con i compagni di reparto durante la partita, una cosa però è certa. La sua voglia di crescere e di migliorarsi si trasforma in grinta e lui diventa presto un esempio anche per colleghi più esperti e smaliziati.

ABILE E ARRUOLATO. Alla fine, il giorno tanto atteso arriva. È il 13 marzo 1994 e Nesta sta per compiere la maggiore età. Mancano 6 giorni. La partita è Udinese-Lazio. Dino Zoff lo mette in campo a 12 minuti dalla fine. La necessità è quella di portare a casa un pareggio esterno, anche serrando le fila della squadra, se necessario. A fargli spazio è addirittura una punta, Gigi Casiraghi. Finisce in effetti 2-2 e l’ultimo arrivato si fa notare per un paio di interventi che riescono alla perfezione in un doppio intento: togliere palla all’avversario senza ricorrere al fallo e far ripartire subito l’azione laziale. Bene così. Se il primo anno le presenze sono soltanto 2, nella stagione successiva diventano 11. Crescita graduale, ma senza soste. Dalla stagione 1995/96 il suo posto di titolare non si può più discutere. Per il ventenne Alessandro Nesta si aprono anche le porte della Nazionale. Nel ruolo che fu di Facchetti, di Scirea, di Baresi, il ragazzo sta dimostrando di poterci stare con tutti gli onori. Il 5 ottobre 1996 la Nazionale italiana va in Moldavia e vince per 3-1. L’annata fondamentale, quella che cambia la storia dei singoli giocatori e della Lazio stessa è quella 1997/98. Intorno a Nesta in difesa, a Nedved e Jugovic a centrocampo e a un leader nato come Roberto Mancini in avanti, si forma l’ossatura della squadra che in tre anni vincerà tutto, Champions League a parte. L’allenatore non è più Zoff ma lo svedese Sven-Göran Eriksson. È proprio del nuovo tecnico una grande intuizione tattica. La rapidità e la precisione di Nesta può essere il perfetto complemento al gioco del neoacquisto Siniša Mihajlović. Retrocedendo sulla linea della difesa il centrocampista serbo, l’azione riparte molti metri prima e poco importa se Mihajlović non è un fulmine podistico: c’è Nesta per tutti.

ANNI IMPORTANTI, ANNI VINCENTI. Se l’anno solare 1998 consolida la Lazio nel panorama italiano (Coppa Italia e Supercoppa italiana), quello successivo scrive per la prima volta il nome di una formazione romana nell’albo d’oro di Coppe che l’UEFA riconosce. Salta lo scudetto proprio all’ultima giornata, ma la squadra, di cui Nesta è ormai il capitano, si rifà con la Coppa delle Coppe e soprattutto con la Supercoppa europea battendo il Manchester United. Lo scudetto della Lazio arriva nel 2000, nell’anno del centenario della società. Tre giorni più tardi arriva anche la Coppa Italia e più avanti anche un’altra Supercoppa italiana. La cocente delusione per Alessandro Nesta è la rocambolesca sconfitta ai campionati Europei, proprio quando tutto sembrava dire “Italia campione”. Nel 2002 la crisi economico-finanziaria della Lazio viene allo scoperto. In realtà, la massa debitoria non sarebbe peggiore di quella di altre società che invece restano a galla, ma nel frattempo sono cambiati gli equilibri politici. Il patron Cragnotti è costretto a mettere sul mercato i pezzi pregiati: Nesta e Crespo su tutti. Poi, pian piano gli altri campioni.

AL MILAN. Il 31 agosto 2002 viene ufficializzato il passaggio dalla Lazio al Milan, su una base economica di 31 milioni di euro.  Nesta lascia la Lazio con uno stipendio arretrato di 2 milioni di euro, che poi per la metà viene convertito in azioni del club biancoceleste. L’anno di esordio in rossonero è trionfale. Vince la Coppa Italia, la Supercoppa europea e soprattutto la Champions League in finale contro la Juventus. Già, la Champions, proprio l’unico trofeo che con la Lazio gli era sfuggito. Per il quarto anno di fila l’Associazione Italiana Calciatori lo vota come il migliore in assoluto nel suo ruolo. L’anno dopo, è scudetto per la seconda volta nella carriera. Nel 2005 il suo Milan perde la finale di Champions contro il Liverpool ma nemmeno uno come Alessandro Nesta può vincere sempre. In compenso, nel 2007 i rossoneri trovano il modo di rifarsi proprio contro i red devils nella finale di Atene. Con la vittoria per 3-1 sul Siviglia, il più forte difensore centrale in circolazione fa sua la Supercoppa europea per la terza volta. L’apoteosi si concretizza con la Coppa del mondo per club. Un altro trofeo mancante che pochissimi italiani, specie nell’era moderna, possono dire di aver conseguito. Seguono annate meno fortunate, specie sul piano della forma fisica. Una serie di infortuni limitano fortemente la presenza in campo del “ministro della difesa”. Il numero 13 rossonero si va a curare la schiena a Miami e non è la prima volta. Due anni prima era andato, sempre in Florida, per problemi seri a una spalla. Per rivedere Nesta con continuità e a buoni livelli, bisogna scorrere alla stagione 2009/2010, ma nel marzo 2010 un altro incidente, stavolta a un tendine, lo blocca per tutto il girone di ritorno. Ma il tempo è galantuomo e nel 2011 il campione vince il suo terzo scudetto, il secondo con il Milan. A 36 anni, con qualche malanno che si è assommato negli anni, Alessandro Nesta annuncia il ritiro. Non è del tutto vero, perché la tentazione di giocare è ancora forte: una stagione e mezza in Canada, al Montreal Impact e una fugace apparizione nel campionato indiano mettono davvero la parola fine a una carriera fantastica. Attualmente è l’allenatore del Perugia, in serie B.

NAZIONALE IN AGRO-DOLCE. È difficile pensare che un campione del mondo possa avere avuto un rapporto contrastato con la Nazionale del suo Paese. Il caso di Alessandro Nesta è senza dubbio particolare e merita una trattazione a sé. Con gli Azzurri gioca per 78 volte senza segnare mai, ma non è questo il punto: lui i gol (altrui) li deve evitare, non fare. Il problema vero è la sfortuna: 3 campionati mondiali e altrettanti infortuni seri. Nel 1998 subisce un incidente durissimo dopo 4 minuti di Italia-Austria. Oltre sei mesi di stop. Nel 2002, ai mondiali nippo-coreani, il centrale Azzurro rimedia un’altra brutta botta al piede nella seconda partita, quella contro la Croazia. Si rimette in piedi per giocarsi la qualificazione contro il Messico, ma poi la sua avventura mondiale finisce lì (anche perché l’Italia non va molto avanti). Nel 2006, 30 anni appena compiuti, sembra la volta buona: assieme a Fabio Cannavaro è il perno di una difesa invalicabile, ma il sogno dura una partita + 17 minuti. Il destino si accanisce: fuori Nesta, dentro Materazzi. Alla fine lui è, come gli altri, campione del mondo però ha come la sensazione di avere vinto un trofeo quasi da turista. Ma volendo prendere la cosa dal lato positivo, pur con una presenza e qualche minuto, aggiunge al suo nutritissimo palmarès un altro titolo, il più grande di tutti. Grande come lui, del resto.

Diego Mariottini