Erano gli anni '70. La finale di Coppa UEFA propone una sfida affascinante: Juventus-Athletic Bilbao. Torino-Bilbao andata e ritorno, mica pizza e fichi. Due Paesi a fronteggiarsi, due scenari quantomeno simili. L'Italia ha superato da un trentennio (circa) il ventennio fascista, ma si trova ad affrontare anni molto delicati, sul piano della lotta politica. Gli anni di piombo, lungo periodo di lotta armata ispirato da estremizzazioni ideologiche, lasciano una scia di sangue che macchia un'intera nazione. Caso più emblematico è l'omicidio di Aldo Moro, Presidente del Consiglio, ucciso dalle BR sul calar del decennio. In terra iberica il regime franchista è un ricordo ancora fresco, superato però da due anni, per effetto del ritorno al sistema monarchico, nella figura di Re Juan Carlos. Nei Paesi Baschi, terra inquieta, si gode di una certa autonomia sul piano amministrativo, sebbene, a interessare l'opinione pubblica, sia un altro genere di autonomia. Un'istanza di cui si fa carico, da circa un ventennio, il gruppo armato dell'ETA, omologo, a grandi linee, dei nostri gruppi armati, di ispirazione politica.

Le due formazioni assumono sembianze "sovraniste": il terreno verde metterà in scena una gara nella quale undici italiani si batteranno contro undici spagnoli, pardon baschi. Uno slogan sovranista, appunto, abile pretesto per gli abili populisti dei giorni nostri, eppure risalente a trentadue anni fa. Ventidue uomini dalle evidenti differenze cromatiche e di nazionalità, un'unica ambizione: sollevare il trofeo per far felice un popolo intero. Nella Juve tanti giocatori e tante storie diverse: i meridionali Causio e Furino, il glaciale Zoff, il sabaudo Bettega, il cazzuto Benetti o l'anziano (fra mille virgolette) Boninsegna. Per i baschi, il capitano Iribar, Angel Maria Villar, ex presidente ad interim della UEFA, oppure Andoni Goikoetxea, colui il quale distrusse una caviglia a Maradona e, peraltro, ribattezzato "il Macellaio di Bilbao". Tutta gente, per intenderci, che ha legato la propria carriera ai colori bianconeri o biancorossi e, nel secondo caso, che ha giocato per due nazionali differenti: quella spagnola e quella basca. 

A distanza di trent'anni, è alquanto improbabile un undici iniziale juventino, composto da undici italiani. La Signora è una multinazionale ed è multietnica, un melting pot nel quale distinguiamo il portoghese Ronaldo, il tedesco di nascita, ma turco d'origine, Emre Can o il francese, di origini angolano-congolesi Matuidi. La Babele juventina fa da contraltare all'integralismo puramente basco, tuttora peculiarità dell'Athleti. Undici baschi, una sola identità, non coincidente con il centralismo madrileno. L'Athletic Bilbao è un team self-made, dove ogni singolo giocatore a entrare in campo, compie una lunga trafila dalle giovanili alla prima squadra. Un bilancio sempre in attivo contraddistingue l'aspetto economico: ogni talento di provenienza basca è rivenduto a peso d'oro, vedi Kepa al Chelsea per 80 milioni, circa. La Juve compra Ronaldo e lo paga 100 milioni. Il settore giovanile non è in un'età aurea, invece, dalle parti di Torino. De gustibus non disputandum est.

Quella sera, quel 18 Maggio, la Juve dovette difendersi dalle scorribande basche, in uno stadio, il San Mamès, anche detto "La Catedràl", non proprio in religioso silenzio. L'impeto dei biancorossi e la spinta incessante del tifo non hanno scalfito la solidità tipicamente sabauda, di cui è costituita la Juve. Qualche spavento, anche bello grosso, non ha invertito il trend di una sfida appannaggio dei più quotati bianconeri. Bettega sigla il vantaggio, ma i baschi ribaltano il punteggio, grazie a Churruca e Carlos. L'1-0 dell'andata, firmato Tardelli è una manna dal cielo per il ritorno. La Juve del Trap si aggiudica il suo primo trofeo internazionale, il primo di una discreta serie. #FinoAlConfine, ma non così tanto.

Una notte memorabile, non esclusivamente per il verdetto emesso dal campo o per la gioia di un trofeo portato a casa. Un background storico-politico assai simile, due Paesi usciti, chi prima, chi dopo, dagli orrori di una dittatura. Due Paesi nei quali la lotta armata di stampo politico o nazionalistico semina morte e terrore. Due squadre omogenee, quella sera, ma solo una delle due ha abbracciato le novità del calcio e della globalizzazione, più in generale. Due squadre, una partita, un capolavoro ancora scolpito nella storia del calcio europeo.