La top 5 della classifica di Serie A, al giro di boa, recita: Napoli 48, Juventus 47, Inter 41, Roma 39*, Lazio 37*. 

La presunta spettacolarità del nostro campionato, che spesso viene tirata in ballo, è smentita non solo dal campo ma adesso anche dai numeri: il campionato italiano assomiglia sempre di più alla Liga spagnola degli ultimi 2-3 anni, in cui Real Madrid e Barcellona si contendevano il titolo e l'Atlètico occupava stabilmente il piazzamento Champions, con Siviglia e Valencia a giocarsi l'accesso al preliminare davanti alle più staccate Athletic e Villarreal. E con tutte le medio-piccole a consegnare quasi sistematicamente i 3 punti alle prime 5, opponendo una flebile resistenza quasi come proiettandosi alla partita successiva per ottenere i punti salvezza necessari.

Il campionato attuale vede il blocco delle prime 5 ampiamente staccato da quello delle successive 5 in lotta per il sesto posto che vale l'Europa League (di fatto anche per il settimo, dal momento che se una tra Juventus e Lazio alzasse al cielo la Coppa Italia sarebbe anch'esso valido per l'EL seppur gravato di ben 3 turni preliminari).
La quota salvezza, negli anni, è vertiginosamente scesa dalla soglia dei 40 a quella dei 30-35 punti. A dimostrazione di come il campionato si sia livellato verso l'alto a causa del tasso tecnico complessivo decisamente abbassato, prova ne siano le demenziali prestazioni delle squadre italiane nelle coppe europee non appena si entra nella fase del dentro o fuori. 

Gli stessi scontri diretti tra le squadre di vertice hanno offerto spettacoli apprezzabili solo in termini di tattiche accorte e ben attuate dagli interpreti in campo: vale per Napoli-Inter 0-0, Napoli-Juventus 0-1, Juventus-Inter 0-0, Roma-Napoli 0-1 e Juventus-Roma 1-0.

Ogni anno puntualmente, dalla stagione 2012-2013, ci si affretta a individuare un competitor che possa opporsi in maniera credibile al dominio juventino: dall'Inter di Stramaccioni prima e Mancini poi, al Napoli di Mazzarri prima e Sarri poi, alla Roma di Garcia prima e Spalletti poi. E la storia è sempre la stessa, regna un certo qual equilibrio al traguardo di metà stagione, poi la Juve decide che è tempo di staccare tutti e tanti saluti alla competitività.

Questo loop si è innescato nell'ormai lontano 2011-2012, quando la Juventus di Conte e del primo anno di Stadium scalza a sorpresa il Milan di Allegri e Ibrahimovic dal trono di campione d'Italia. Da allora la Juvenus è cresciuta progressivamente, anno dopo anno, fino ad arrivare all'apice dello strapotere nazionale quando nella sessione di mercato estiva 2016 paga le clausole dei due pezzi pregiati delle sue rivali, Miralem Pjanic dalla Roma e Gonzalo Higuain dal Napoli, segnando un ulteriore solco. 

Questo monopolio bianconero è stato reso possibile anche grazie agli scempi sportivi e societari in casa Milan e in casa Inter, le due rivali storicamente più credibili della potenza bianconera.

La Roma e il Napoli, le compagini arrivate più vicine in termini di punti totalizzati in questo quinquennio, hanno mostrato tutta la propria inadeguatezza a vincere:

- la squadra giallorossa, vittima anche delle pressioni derivanti dalla piazza romana, non va mai vicina alla vittoria di un trofeo se non quando approda in finale di Coppa Italia e la perde nel derby contro la Lazio nella stagione più complicata di questi ultimi 5 anni. Ci prova Luciano Spalletti che sostituisce Rudi Garcia e risolleva la squadra trovando un'ottima quadra prima proponendo Perotti "falso nueve" con El Shaarawy e Salah ai lati, poi inventandosi Nainggolan in una produttiva posizione di trequartista vicino a Salah dietro a Dzeko. Nonostante ciò la Roma esce da tutte le competizioni una dopo l'altra (dalla Champions per mano del Porto, dall'Europa League per mano del Lione e dalla Coppa Italia per mano dei cugini laziali) e arriva a soli 4 punti di distacco dalla Juventus complice però una gestione di forze bianconera legata all'impegno su tre fronti fino alla fine della stagione. Il tecnico di Certaldo, esasperato dalla vicenda Totti che lo vede accusato da ogni parte tra tifosi e giornalisti, lascia e approda all'Inter. La Roma è costretta a cedere alcuni pezzi grossi per rispettare i paletti del Financial Fair Play (Salah, Rudiger, Paredes) mentre Szczesny, scaduto il suo prestito dal'Arsenal, cede alle lusinghe della concorrenza bianconera. È soprattutto la perdita di Mohamed Salah che indebolisce la squadra ora allenata da Di Francesco, che senza l'egiziano perde anche la vena realizzativa di Edin Dzeko che aveva trascinato i giallorossi con le sue reti. Gli acquisti sul mercato del nuovo direttore Monchi non attecchiscono, da Defrel a Schick a Gonalons, a esclusione del forte terzino serbo ex City Aleksandar Kolarov;

- la squadra partenopea, sì in grado di sollevare due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana tra 2012 e 2014, non è ancora riuscita a compiere il salto di qualità per poter essere ritenuta la favorita per la vittoria finale del campionato, anche a causa delle stravaganti campagne acquisti del presidente De Laurentiis. Lo scacchiere azzurro paga l'utilizzo forzato degli stessi uomini, senza i quali il livello del gioco di Sarri si abbassa notevolmente: infortunatosi il prezioso tassello Ghoulam, sono stati rispolverati con scadenti risultati Maggio e Mario Rui, mentre l'unica alternativa credibile dalla panchina è Piotr Zielinski. Partito Higuain alla volta di Torino, De Laurentiis investe parte del ricavato su Arek Milik dell'Ajax, che si rompe il crociato a ottobre spalancando le porte alla svolta della stagione napoletana: Dries Mertens, fino a quel momento panchinaro fisso da ben 3 anni, viene lanciato da Sarri in posizione di centravanti e realizza reti a valanga. Infatti l'acquisto di Leonardo Pavoletti dal Genoa a gennaio si rivelerà inutile e sbagliato. Il Napoli paga i bizzarri investimenti della proprietà su calciatori come Maksimovic, Tonelli, Rog, Giaccherini, Ounas che a malapena hanno visto il campo. E paga anche la mentalità di Sarri, grande maestro di calcio ma pessimo comunicatore che ha anche sulla coscienza l'eliminazione in Champions ai danni dello Shakhtar. Gli azzurri sono attualmente in testa alla classifica, è vero, ma hanno avuto la ghiotta occasione di ricevere la Juventus nel proprio stadio in un momento di non perfetta forma bianconera, e hanno perso. Si sono messi quindi nella posizione di dover andare a Torino a dimostrare di essere i più forti, ma la Juve queste partite raramente le fallisce.

E allora quest'anno sarà anche tutto in gioco, ma se la rivale numero uno dei bianconeri è costretta a dover rinunciare alle Coppe (si veda anche l'eliminazione dalla Coppa Italia per mano dell'Atalanta, con Sarri che ha schierato un inedito tridente Zielinski-Callejon-Ounas perdendo la possibilità di giocarsi proprio con i bianconeri l'accesso in finale contro Lazio o Milan, e regalando ai rivali l'opportunità di approdare in finale avendo affrontato Genoa, Torino e Atalanta) il gap è ancora lì, tangibile come e forse più di prima. Perchè le riserve della Juventus sarebbero forse in grado di insidiare le prime posizioni, per livello tecnico, fame e mentalità vincente. È proprio questo che segna la distanza tra la Juventus e tutte le altre: i bianconeri non hanno bisogno di "scegliere" tra le competizioni, sono in grado di arrivare in fondo a tutte quante.

E fa sorridere pensare che questo ciclo juventino, che sembra oggi interminabile anche in prospettiva futura, è partito dalla vittoria di Conte sull'Allegri rossonero. Lo stesso Allegri che oggi è valido gestore del gruppo juventino. Da Allegri ad Allegri: la Serie A è sempre più bianconera.