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Questione di "mea culpa"

Ci sono quelle storie che lasciano un amaro in bocca, quelle per cui si prospetta un epilogo roseo e che poi, invece, si rivelano più intricate del previsto. E' questa la favola di Leonardo Bonucci al Milan. 

Inutile negarlo, per i tifosi bianconeri quel 14 luglio è stata una mazzata non indifferente; tralasciando le solite frasi fatte sulla partenza di calciatori di ben altro livello, quello di Bonucci è stato, in quel momento, un trasferimento sanguinoso.
Leo, che aveva preso parte attiva alla rinascita della Vecchia Signora, incarnava pienamente lo spirito juventino, fatto di quell'ardore, di quella fame di vittorie e di quella, se vogliamo, sfrontatezza, degna di chi è conscio del proprio valore. Ma questo è il calcio d'oggi e le bandiere, ahinoi, appartengono ormai al passato.

Mirabelli dunque strappa l'assegno da 40 milioni più 2 di bonus, Marotta ringrazia e incassa, mentre Fassone passa alle ormai celebri "cose formali". Un tripudio di gente ad accogliere Bonny a Casa Milan dopo la firma, che, sorridente, in pompa magna, saluta fiero. L'inizio di un idillio, di una bella fiaba dal lieto fine.

Oltre alla firma sul contratto, Bonucci, mediante l'intervento del suo procuratore Lucci, strappa anche la fascia da capitano (in barba a Montolivo), a rimarcare che è lui il leader di quella squadra appena assemblata, il condottiero che riporterà il diavolo rossonero ai fasti delle epoche passate.
Manca una cosa, imprescindibile per Leo: il numero di maglia. Un affare di stato. Il 19 infatti era già stato preso da Kessié, che associa a questo sia la data del proprio compleanno, che quella della scomparsa del padre. Ma poco importa, le questioni di cuore devono farsi da parte quando si è al cospetto del nuovo imperatore della squadra.

Chi è che comanda lo si capisce sin da subito e non se ne fa neanche troppo mistero; discorsi motivazionali prima di ogni match, colloqui faccia a faccia con Montella tutte le partite e l'inevitabile presenza ai microfoni per spiegare, con aria quasi spocchiosa, cosa va e cosa non va.

Quando però le attese non vengono rispettate, ecco che qualcosa inizia a scricchiolare.
E' ciò che sta avvenendo al Milan degli ultimi tempi. Sia chiaro, la stagione è ancora lunga, la squadra necessita di tempo per amalgamarsi ed apprendere gli schemi dettati da Montella e lo stesso Bonucci si ritrova a dover fare affidamento su compagni di reparto che non rispondono più ai nomi di Buffon, Chiellini e Barzagli. 

E' forse questo il nodo cruciale, perché i tre rimasti alla Juventus formavano, insieme al neo-capitano del Milan, una retroguardia quasi insuperabile, in quanto complementari tra loro. Spiccate le doti di marcatura di Chellini, immense quelle di ordine tattico di Barzagli, oltre ogni possibile immaginazione le qualità di Buffon; aggiungendoci le indiscutibili caratteristiche di regista arretrato di Bonucci, ecco composta la linea difensiva invidiata da molti.

Leonardo in rossonero non ha più ritrovato quella "libertà" di gioco che gli veniva permessa in bianconero, quando, ad ogni sua defiance, corrispondeva un intervento degli altri componenti della difesa.
Gli errori, i limiti in fase di marcatura di Bonucci erano ben noti a tutti, ma venivano ottimamente coperti dal suo estro indiscusso nell'impostazione del gioco, qualità che ancora oggi lo consacra tra i migliori interpreti al mondo.

Bando alle ciance dunque, i tifosi del Milan non ne possono più e, forse, c'è maretta anche nello spogliatoio, che, seppur silente, non ha visto di buon occhio tutte queste carezze al nuovo arrivato. Le prestazioni fornite non combaciano affatto coi puntali proclami del 19 sui social ed i rossoneri balbettano, sia in campionato quanto in coppa.

Chi ha fatto l'affare dell'estate? La Juventus "liberandosi" di Bonucci, il Milan prendendo un calciatore importante ad una diretta concorrente, o Bonucci stesso, per essersi ritagliato quel ruolo di comandante supremo che in bianconero difficilmente avrebbe potuto avere?
E' ancora presto per parlare, ma non è mai tardi per fare mea culpa.

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