I più grandi e agognati trionfi, si sa, nascono da profonde ferite e cocenti delusioni necessarie alla formazione di una sorta di corazza. Quella tempra, sinonimo di esperienza, che una volta acquisita e unita alla qualità e al talento, costituisce la mentalità vincente.

La Juventus al Bernabeu ha disputato una partita praticamente perfetta approfittando di un Real forse già con la testa alle semifinali dopo lo 0-3 di Torino e dell'assenza del suo leader difensivo Sergio Ramos (come del resto i bianconeri non hanno potuto disporre di Pjanic all'andata e Dybala al ritorno), una partita di incredibile intensità e compattezza di squadra indirizzata subito dal feroce approccio volto a ribaltare, a casa dei campioni d'Europa in carica, un risultato proibitivo. La conseguenza è stata un Real costretto a svegliarsi dal letargo che aveva pensato di potersi concedere, un Real teso, in confusione e sotto 0-3 a casa sua.

Il gap che era apparso evidente nella finale di Cardiff e nella stessa gara di andata della settimana precedente, è stato di fatto annullato da una Juventus commovente. E l'acceso post-partita condito dalle dichiarazioni dei vari Chiellini, Agnelli ma soprattutto Buffon, in merito al rigore a tempo scaduto con annessa espulsione del capitano bianconero, ha fatto sì che di questo non si sia parlato quasi per nulla. Perché il Real Madrid non perdeva in casa in Champions dagli ottavi contro lo Schalke nel 2015 e non perdeva con due gol di scarto dalla semifinale del 2011 contro il Barcellona poi divenuto campione d'Europa (la partita del famoso "Porqué?" di Mourinho).

Quel calcio di rigore al 93', sì dubbio ma non inesistente come alcuni organi di informazione hanno voluto far trapelare in ossequio a una smodata venerazione per Buffon (che si è lasciato andare a dichiarazioni inaccettabili nei confronti dell'arbitro Oliver, non suscitando nella stampa la stessa indignazione che aveva suscitato Mourinho nel 2010 con il famoso gesto delle manette) ha negato alla Juventus la possibilità di portare la sfida ai supplementari e potersi giocare le due sostituzioni di vantaggio "ammazzando" il Real con gli strappi di Cuadrado. Volendo dare una chiave di lettura alla reazione feroce di Buffon e compagni, il gruppo bianconero era consapevole che eliminare il Real, squadra campione d'Europa in carica, partendo da uno svantaggio casalingo di 3 reti, e accedere alle semifinali senza ritrovarsi nè il Barcellona nè il Manchester City avrebbe rappresentato un'iniezione di fiducia e autostima decisiva per portare a casa la "coppa con le orecchie". Insomma, la Juventus questa volta avrebbe avuto grandi possibilità di diventare campione d'Europa. Che poi tutto questo sia coinciso con l'ultima stagione di Buffon prima del ritiro, ha fatto il resto: era l'ultima occasione per Gigi di vincere la Champions e vedersela sfumare così non è certo piacevole per un qualsiasi sportivo in trance agonistica.

Ma la Juventus ora deve metabolizzare l'accaduto con estrema lucidità, perché stava riuscendo in un'impresa epica, e lo stava facendo senza il suo giocatore di maggior talento, Dybala. Ha potuto beneficiare dell'esperienza internazionale di Mandzukic, prototipo del calciatore ideale per queste partite da dentro o fuori e che la Champions l'ha vinta con il Bayern segnando in finale contro il Borussia Dortmund nel 2013, ma nella doppia sfida ha anche mostrato delle lacune che vanno colmate.

Quando l'Inter di Mourinho uscì sconfitta da Old Trafford nel 2009, disputando una buona partita condita da un palo, una traversa e diverse occasioni per segnare il gol qualificazione, lo Special One chiese una riunione con dirigenti e presidente per esporre ciò che mancava per compiere il salto di qualità e arrivare fino in fondo in Champions. Da quella riunione emerse l'esigenza di reperire un difensore centrale di esperienza internazionale da affiancare a Walter Samuel, e arrivò Lucio, un regista davanti alla difesa, e arrivò Thiago Motta, un trequartista, e arrivò Sneijder, un attaccante da affiancare a Ibrahimovic che raccogliesse l'eredità di Cruz e Crespo, e arrivò Milito. La partenza di Ibrahimovic, non messa in conto, costituì poi il punto di svolta nel momento in cui anzichè Hleb (individuato come trequartista mancante) arrivò Eto'o ai ferri corti con Guardiola. La Juventus deve compiere qualcosa di simile, perché se è stata a un passo dal ribaltare uno 0-3 in casa del Real, figurarsi con un terzino destro dello stesso livello di Alex Sandro e con un altro centrocampista di spessore internazionale da aggiungere a Khedira, Pjanic e Matuidi dove potrebbe arrivare in Champions. Perché se dopo le finali di Berlino e Cardiff non c'era l'impressione che la Juventus potesse in breve tempo rifarsi e vincere la Coppa dei Campioni, questa volta, pur essendosi fermata ai quarti, la musica è diversa: alla Juve manca poco per compiere quel salto e coronare l'interminabile ciclo di scudetti, che quest'anno toccherà quota 7, con la conquista della Champions League.

E allora, i tifosi della Juventus possono confidare nelle capacità di costruzione della rosa di Marotta e Paratici, che ne hanno sbagliate veramente poche durante questo ciclo di dominio nazionale e che sanno individuare profili da Juve nella qualità tecnica e soprattutto nello spessore caratteriale: i giocatori della Juventus sono tutti esperti, grintosi, affamati, e quelli che non lo sono lo diventano standovi a stretto contatto e potendo così valorizzare il proprio talento.

Ecco perché gli sfottò dei tifosi dell'Inter, intenti a difendere l'unicità del Triplete 2010, e del Milan, custodi della propria tradizione europea, che collezionano dai quinti agli ottavi posti in Serie A, non possono che fare il solletico a quelli di una squadra che domina in Italia da 7 anni e che, ferita dopo ferita, sta acquisendo una dimensione europea che la porterà presto sul tetto d'Europa. L'anno prossimo la finale si disputerà a Madrid, non al Bernabeu ma al Wanda Metropolitano, il nuovo stadio dell'Atletico. Che sia un segno? Da Madrid a Madrid, la Juventus può aver solo rimandato il suo appuntamento con la Champions League.