L'Inter è fuori dalla Coppa Italia, e anche nel 2018 non solleverà alcun trofeo. 

A due giorni dal match clou di campionato contro la Lazio in chiave Champions League, è arrivato il momento di fare il punto sull'operato di Suning in questo anno e mezzo di gestione interista: se è vero che l'Inter a oggi vanta una posizione di classifica in linea con l'obiettivo di inizio stagione lo deve al lavoro di Spalletti che ha dovuto massimizzare ciò che gli è stato messo a disposizione, un gruppo reduce da un ottavo posto più qualche aggiunta sul mercato estivo. Uno Spalletti che si trova anche a dover vestire i panni di taumaturgo e psicologo per gestire un gruppo estremamente fragile e indolente che alla prima sconfitta sembra sbracare completamente.

Ausilio e Sabatini, new entry a titolo di coordinatore delle due squadre del gruppo Suning -sì bravi a pescare Skriniar e Vecino, non altrettanto nel volere a tutti i costi Dalbert in un ruolo da anni delicato che non ammetteva margine d'errore-, hanno consegnato al tecnico di Certaldo una rosa tremendamente corta in ottica panchina, mancando di un centrale quanto meno affidabile e di un game changer, con evidenti lacune anche nell'11 titolare privo di un vero trequartista, di un assaltatore e di un terzino sinistro di livello.

Infatti, le difficoltà di questo mese sono dovute al fatto che, una volta arginati gli esterni (in calo), sulla trequarti c'è il nulla più profondo a livello di incisività e gol.

Ora, dal 30 giugno la società fa trapelare questa presunta impossibilità di mettere a segno investimenti corposi, ma la verità è che quando questi sono stati fatti il risultato ha sfiorato la circonvenzione di incapace: 

  • Gabigol, operazione targata Kia Joorabchian da mani nei capelli;
  • Joao Mario, vedi sopra; 
  • Roberto Gagliardini, quasi 30 milioni per un onesto interditore con alle spalle un solo girone di Serie A;
  • Dalbert, 3 mesi di trattative con prezzo finale lievitato per ritrovarsi un terzino sinistro non pronto per la Serie A e di nuovo con Nagatomo e Santon titolari.

A dimostrazione che Suning i soldi li ha spesi, ma se li avesse spesi bene, con quelli spesi per i primi due oggi avrebbe Salah e Milinkovic-Savic e con quelli per gli altri due avrebbe De Vrij e Kolarov. E allora sì che l'Inter sarebbe stata pronta per garantire un campionato di vertice nell'arco di tutta la stagione.

A proposito, fotografia della terza batosta consecutiva di ieri sera completata dalla figuraccia sfiorata ai rigori col Pordenone e dallo 0-0 stiracchiato in casa della Juventus che formano un bottino di 1 solo gol realizzato in 3 settimane, è il gol divorato dal 10 nerazzurro che poteva cambiare stati d'animo e qualificazione.

Ed è proprio il portoghese col 10 il grande bluff su cui si riflette l'operato fin qui bizzarro di Suning: arriva all'Inter a fine mercato estivo 2016 alla modica cifra di 45 milioni di euro dopo aver vinto l'Europeo da titolare in un atipico ruolo di ala destra a supporto di Ronaldo e Nani. Fin da subito il suo innesto va a creare un dualismo con Banega, il colpo a zero di Ausilio e Zanetti, e nessuno dei due riesce mai veramente ad avere la meglio sull'altro nello scacchiere di De Boer prima e Pioli poi.

Joao Mario nelle intenzioni di Suning avrebbe dovuto rappresentare un pilastro dell'11 nerazzurro, invece non eccelle in niente, non è ala, non è trequartista, non è mediano nè regista. Ma soprattutto, gioca senza grinta e con la presunzione e leziosità della prima donna. Perchè vorrebbe giocare di più, ma non lo merita. E allora ecco scorrere i titoli di coda sulla sua demenziale avventura in nerazzurro.

L'impressione è che Joao Mario non sia semplicemente adatto al campionato italiano, come non lo era Geoffrey Kondogbia, che in Francia e Spagna ha dato e sta dando il meglio di sè. 

La domanda è: perchè questi equivoci tattici e ambientali vanno a finire sempre all'Inter senza soluzione di continuità?