L'Italia è da sempre, per tradizione, un Paese che vive di calcio e che vive per il calcio. Il passato degli azzurri è stato costellato da grandi successi, imprese sfiorate ed immensi campioni scesi in campo ad onorare la propria nazione, portando sul rettangolo di gioco quelle qualità e quel carattere che rappresentano un marchio di fabbrica.

Il calcio espresso dalla Nazionale è stato alle volte esaltante, altre meno spettacolare. Paradossalmente però, le prestazioni esteticamente meno brillanti hanno portato ai risultati migliori. Basti pensare alla recentissima epoca Conte, in cui non vi erano nomi altisonanti ma un gruppo di ragazzi dediti al lavoro, sempre col coltello tra i denti, mai domi e mai sazi. Lo spirito dell'Italia è sempre stato un pò, ammettiamolo, "catenacciaro" e non vedo il perchè tale appellativo debba esser sempre inteso con l'accezione negativa del termine. 

Questa indole, criticata da molti, specialmente all'estero, è segno di identità azzurra e figlia delle doti dei calciatori a disposizione. Non tutti possono permettersi il calcio champagne, non tutti hanno interpreti in grado di mettere in pratica la teoria del tiki taka, nè tantomeno del calcio totale. Innegabile che a chiunque piacerebbe vedere un'Italia divertente e, al contempo, anche vincente, ma quando ciò non accade ecco che vengono fuori i problemi.

Da qualche tempo a questa parte, i vari C.T., hanno ben pensato di riproporre in Nazionale un gioco che non ci appartiene. Incantati dal Barcellona e dalla Spagna, hanno tentato di dar luogo ad un calcio ricco di possesso palla, di uno-due di qualità e di inserimenti a tu per tu col portiere prima di finalizzare l'azione. Una teoria impeccabile, ma per condurre in porto tale idea necessitano le caratteristiche giuste, oltre che una ferrea applicazione; se quest'ultima non è mai mancata, lo stesso non si può dire della prima.

I risultati, infatti, ci hanno condannato duramente. Emblema di ciò è stata la finale dell'Europeo 2012, quando il prode Prandelli ha avuto l'illuminante pensiero di riproporre un'indegna copia della Spagna proprio contro le furie rosse stesse. Il 4-0 che ne è scaturito è stata un'ovvia conseguenza.

Anche quest'anno è stata la Spagna a riportarci in terra, semmai ce ne fosse stato il bisogno. Ventura, da cocciuto qual è, ha optato per un arrembante, quanto insolito per gli azzurri, 4-2-4. Il risultato è storia recente. La domanda lecita che mi sovviene è sempre quella: ma se abbiamo un'identità che ci portiamo da immemore storia, se non abbiamo, in questo momento, le caratteristiche per osare un'impostazione diversa e se, soprattutto, non abbiamo bisogno di emulare nessuno, perchè ci ostiniamo a produrre prestazioni di questo tipo che rischiano di compromettere il nostro cammino verso le competizioni a cui siamo soliti partecipare?

La qualificazione ai prossimi mondiali non appare per nulla scontata; pur essendo ad un passo dall'aver raggiunto la quota valida per affrontare gli spareggi, questa Italia non ci garantisce di dormire sonni tranquilli, neanche contro avversari che, sulla carta, mostrano un'inferiorità evidente.

Dunque, a fronte della nostra storia, dei nostri successi e del nostro modo estremamente passionale di vivere il calcio, è davvero questa l'Italia che ci meritiamo?